Infografica: Social Media Marketing negli USA

Estratto dell'infografica sull'uso dei social media da parte delle aziende nel 2010 negli USA

Sì, lo so, avevo annunciato un altro post sulla Guerra Fredda della new economy, ma questa infografica mi ha catturato e spero catturi anche voi (la versione integrale la trovate sotto, cliccare per ingrandire!).

Prodotta da Flowtown visualizza i dati di uno studio americano commissionato da Social Media Examiner e diffuso già da un po’. Non ho trovato purtroppo indicazioni precise sul campione analizzato, in ogni caso alcuni dati meritano un posticino nel vostro quaderno degli appunti (io ancora al mio moleskine non rinuncio, voi non so…)

-  MySpace è definitivamente morto e non credo lo possa salvare un tardivo – direi fuori tempo massimo! – restyling grafico. RIP.

- Le aziende americane pare abbiano capito che dare in outsourcing la gestione dei propri profili social è una grandissima idiozia. Lo fa solo il 14 %. L’altro 86 % si è reso conto che mettere in mano la relazione con i propri consumatori/utenti/audience a uno stagista di qualche agenzia che gestisce 40 profili social non è forse la mossa più astuta del proprio piano marketing.

- Le buone metriche sono la sfida del social media marketing. Settare prima di ogni campagna i giusti parametri di misurazione non è un optional ma un pilastro di una social strategy che si rispetti.

- Le ore spese sui social sono ancora troppo poche (negli USA, figuriamoci in Italia!). Il 44% non arriva alle 10 ore settimanali. Credo che – con i dovuti distinguo per la dimensione e la complessità di ogni realtà – meno di 20 ore rendano una presenza social decisamente poco social.

- E poi, che dire? Solo l’1 % risulta completamente refrattario ai Social Media. Ottimo dato direi. Chissà quale sarebbe quello italiano…

Fonte: Digital Buzz

How-Marketers-Utilise-Social-Media-2010

Al GGDCamp di Bologna gli antidoti contro la paura della Rete

Dibattito dopo l'intervento di Giusy Aloe al GGDCamp di Bologna. Foto Credit: Alex Vitale su Flickr

Ieri era una di quelle mattine in cui il solo pensiero di uscire di casa ti provoca una paralisi multipla dalla punta dei piedi fino all’ultimo ricciolo dei capelli. Un mix letale di malesseri indistinti guidati da un mal di gola più determinato di Churchill rendevano la mia separazione dal divano indicibilmente insopportabile. Ma…
Al GGDCamp non avevo alcuna intenzione di rinunciare e – sperando di non aver infettato l’intera sala dell’Urban Center di Bologna – sono andata ad ascoltare i numerosi ed interessantissimi interventi che si sono susseguiti dalla tarda mattinata fino alla sera sotto la perfetta organizzazione del GGDBologna Team. L’intero camp, per chi ieri non si trovava da quelle parti, è visionabile qui. Senza fare alcuna classifica di merito, segnalo:

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Wake up the town: tra studio antropologico e pubblicità. Online.

Sono tornata. In una piovosa e buia mattina bolognese che mi costringe ad accendere la luce per vedere la tastiera del mio MacBook (no, non è quella retroilluminata che sarà pur kitch ma sarebbe molto utile!) scopro, leggendo le centinaia di feed arretrati, una campagna Philips che m’incuriosisce: Wake up the town.

Un po’ esperimento antropologico, un po’ focus in diretta, un po’ digital advertising, Wake up the town si declina con un website, una Facebook Page con landing customizzata, un canale Youtube. Il video che vedete sopra è il trailer della campagna.

Riassumendo…

Cosa: il prodotto da pubblicizzare, Wake up light, è una lampada digitale che regola l’intensità della luce sui ritmi del sole, permettendo così, secondo i produttori, un risveglio graduale e meno traumatico durante la stagione invernale.

Dove: lo scenario della campagna è il suggestivo villagggio di Longyearbyen, tra i luoghi più a nord del mondo, nelle isole Svalbard. Il problema del buio, laggiù, sembra essere più serio che quello della nebbia in Padania Land.

Quando: da oggi e per i prossimi 4 mesi, quando il sole smetterà di sorgere.

Come: fornire all’intera comunità di Longyearbyen, durante questi 4 difficili mesi invernali, la lampada Wake up light e seguirne i presunti (è pur sempre pubblicità!) effetti benefici sulla popolazione. Il film maker Doug Pray (se non conoscete Art & Copy lo consiglio) seguirà l’esperimento realizzando un documentario sull’intero periodo.

Da tenere sotto controllo:

1. Il video è sempre più presente e centrale nelle campagne online e ne rappresenta sicuramente una delle chiavi del prossimo futuro.

2. L’advertising ama gli sconfinamenti e in modo crescente abita le terre di mezzo. Operazione antropologica? Film documentario? Esperimento psicologico? Più domande ci facciamo e meglio è.

3. La narrazione è ancora uno dei punti di forza che non accenna in alcun modo ad offuscarsi nello scenario della pubblicità contemporanea (ma l’arte in questo non è da meno!). Abbiamo bisogno di storie in cui credere e in cui identificarci e a volte credo che la pubblicità sia il nostro Omero. Video e web i suoi nuovi media.

Note: un amico copywriter mi fa notare su FriendFeed che ho dimenticato di citare l’agenzia che ha realizzato la campagna. E’ Tribal DDB Amsterdam. Mi segnala inoltre una case history del 2008 sul legame tra antropologia e pubblicità. E’ Whopper Virgins di Burger King, che ha fatto  discutere molto. Segnalo a questo proposito un articolo del Guardian: Burger King’s Whopper Virgins Ads: Just bad taste?

Esempi di social media marketing: il Brooklyn Museum

Photo Credit: Brooklyn Museum su Flickr.

Per analizzare l’intera attività di social media marketing del Brooklyn Museum, sotto la direzione di Shelley Bernstein, servirebbero almeno una decina di post. Tanto infatti è capillare, interconnessa, eterogenea… Strategica!

Aspettando di sentirla parlare domani al convegno Surfing and Walking: i musei e le sfide del 2.0, organizzato dalla Fondazione Fitzcarraldo all’interno del Salone DNA a Torino, provo a farne comunque una sintesi per punti, mettendo in evidenza gli aspetti che la differenziano da approcci randomici, poco ragionati, in stile naïf che purtroppo caratterizzano moltissime realtà culturali e no profit, ma anche – ahimé – numerose aziende.

Attenzione: l’ordine di elencazione non è casuale.

1. Bottom-up/Ascolta e dialoga con la rete: Nonostante I mercati sono conversazioni sia la prima e più citata tesi dell’ormai imprescindibile Cluetrain Manifesto, questo punto è tra i più dimenticati nelle strategie di presenza online di moltissimi brand, profit o no profit che siano. In una specie di bizzarro soliloquio, sono in molti a pontificare dai loro canali social senza accennare il minimo dialogo con i loro interlocutori. Non c’è niente di peggio di stare sui social network per obbligo evitando la relazione come fosse peste bubbonica, quasi il social media marketing fosse una medicina da prendere tappandosi il naso. Il Brooklyn Museum ha capito perfettamente il valore della propria online audience e lo dimostra non solo con un frequente utilizzo dell’ @user su Twitter, ma anche con iniziative specifiche basate sul crowdsourcing. L’ultima è  Click! A crowd-curated exhibition.

2. Media mix/Moltiplica e differenzia la presenza: il museo ha un canale su tutte le piattaforme social più frequentate in questo momento, riconoscendo ad ognuna la specificità del medium. Elenco e linko i principali: Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Tumblr, Foursquare, altri li trovate qui.

3. Brand Humanization/Parla con voce umana: cito di nuovo il Cluetrain e la sua terza tesi: “Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.”
Ecco. Adesso copio e incollo la descrizione del canale Twitter del museo: A gaggle of Brooklyn Museum staffers tweet here. Look for via @user at the end of tweets to get to know us. Questions and comments via @replies are welcome.
Esempio perfetto di presentazione del proprio spazio social, che oltre ad invitare al dialogo (vedi primo punto) mette subito in chiaro l’essere umano che sta dietro ai post e sfata il mito che i social network debbano essere gestiti unicamente dall’ufficio stampa. Chiunque, e soprattutto chi fa parte della “produzione” (siano curatori, redattori, stilisti, web developer o quant’altro) dovrebbe partecipare alla gestione dei canali social, trasformandoli da entità astratta e incorporea a gaggle of staffers.
Consiglio vivamente di stampare questa description e appenderla nella stanza del vostro reparto web marketing (Non esiste un reparto web marketing nella vostra azienda? Cominciate a preoccuparvi e aggiornate il cv!).

4. Engagement/Non solo CRM e Press Office: utilizzare il proprio canale social come un prolungamento del customer care e dell’ufficio stampa va bene, ma è decisamente riduttivo. La multimedialità e l’iperconnection che i social network permettono possono offrire molto, molto di più in termini di coinvolgimento. Dalle semplici applicazioni, ad iniziative specifiche con meccanismi premium. Esempi? Attraverso Foursquare, il Brooklyn premia gli assidui frequentatori con uno special badge (ogni 3 check-in) e il Mayor del primo sabato del mese con la 1st Fans Membership. Questa, acquistabile per i meno geek al prezzo di 20$, sblocca a sua volta contenuti riservati ed esclusivi su un canale Twitter specifico. Se la partecipazione della propria audience è un dono, con un dono va ricambiata.

5. Media Ecology/Antidoti per la sindrome da last-medium: nella prospettiva ecologica che tanto ci piace e che ci fa sentire con orgoglio politically correct, gettare al macero vecchi media è un errore da dilettanti. Il fatto che esistano i social network non significa, per esempio, che i blog abbiano perso il loro valore e la loro funzione. I micropost di FB o TT non possono in alcun modo sostituire la chiarezza informativa e la capacità di approfondimento di un blog multiautore, benché possano rappresentarne i principali referrals. Persino i forum, quando necessari, assolvono alla loro antica ma (pare) intramontabile funzione. Il Brooklyn li ha usati come piattaforma di discussione in occasione della già citata Click!, esposizione co-curata dai visitatori, dimostrando uno sguardo aperto, pragmatico e pulito da qualsiasi pregiudizio. Assai raro ma vincente.




Ghost track. Dimenticate il costo zero: mi sembra evidente da questi 5 punti che un piano di social media marketing che si rispetti e che abbia la speranza di fornire risultati in termini di branding e di audience development NON è a costo zero. Se si risparmiano, quello sì, costi di pianificazione classici dell’adv, che sia display o search, si devono però mettere nel conto quelli diretti o indiretti legati allo sviluppo di apps e iniziative specifiche, senza contare il tempo delle risorse impiegate nella gestione vera e propria dei canali. Se avevate in mente una strategia social che non intaccasse i vostri budget continuate a sognare. L’attività onirica è forse l’ultima rimasta ancora totalmente free.

Arcade Fire e Google: il videoclip diventa interattivo

Still dal video The Wilderness Downtown. Le strade sono quelle del quartiere La Rosa a Livorno, Excentrica's childhood home

Forse ha ragione Manovich, quando afferma: “oggi vediamo molte opere d’arte sicuramente interessanti e divertenti, ma niente è innovativo allo stesso modo in cui lo sono per esempio i laboratori di Google” (vedi mia intervista su Digimag).

Senza dimenticarci ovviamente le disponibilità economiche dei laboratori Google, molto lontane da quelle di artisti indipendenti in grado comunque di sviluppare progetti di assoluto interesse, dobbiamo riconoscere al colosso di Palo Alto un’effervescenza creativa assai rara non solo in altre aziende, ma anche in tanta parte dell’arte mainstream.
Il videoclip interattivo The Wilderness Downtown è a tutti gli effetti un’opera di Web Art, realizzata dalla band Arcade Fire (il 2 settembre a Bologna) con il regista Chris Milk e in collaborazione con i Google Creative Lab.
Inserendo, all’inizio, l’indirizzo della vostra casa d’infanzia (son dolori però se siete cresciuti in luoghi non battuti dalla Google Car), il video è in grado di elaborare le immagini Street View del vostro quartiere restituendole con effetti contrastati e bruciati tipici delle vecchie immagini archivio. Attraverso la scomposizione dello schermo con molteplici finestre che variano per forma e dimensione, le immagini vengono montate real time con quelle del girato di base, un ragazzo (ma potrebbe tranquillamente essere una ragazza) che corre in felpa, jeans e converse su una strada bagnata. I vostri luoghi d’infanzia s’intrecciano così nell’impianto narrativo che cambia continuamente creando immagini-memoria individuali e collettive al tempo stesso (unico neo: l’immaginario si mangia il ricordo e il rischio omologazione diventa alto!).
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#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Anacronismi: le immagini dei minatori del Cile dentro le nostre TV LED

Minatori di Bagnada, inizio novecento. Immagine d'archivio dell'Eco Museo Minerario.

Quando ieri ho visto per la prima volta le immagini dei minatori intrappolati nella miniera di San Josè, in Cile, il mio cervello si è trasformato in una pallina da Flipper sputando fuori una serie di parole chiave inafferrabili: ottocento, reality, ingiustizia, web 2.0, indecenza, social, pieno, collettività, LED.

Se dovessi difficilmente comporle in un discorso di senso compiuto questo suonerebbe pressappoco così:

Difficile digerire come nel mondo del web 2.0, degli smartphone, della social advertising, dei tweets e dei check-in su Foursquare (pensa che emozione diventare Sindaco di una miniera!) possano circolare immagini del genere. Sembra che nulla sia cambiato dai minatori della fine dell’ottocento, quelli cantati nelle vecchie canzoni popolari (e vi consiglio di ascoltare Miniera nella struggente versione di Gianmaria Testa), tranne il fatto che adesso c’è qualcuno che può guardare i loro corpi, magari nella cornice piatta di una TV LED, inghiottiti tra le dichiarazioni di Bocchino e l’ennesima bravata in auto di un viziato Balotelli. Indecenze 2.0. Ingiustizie social(i) e strani anacronismi.

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