Gravity: social conversational platform

Altrimenti detto Social Forum, se non fosse che a me fa un effetto straniante, pensando ai miei primi vent’anni e alle riunioni del martedì sera in un vicolo silenzioso del centro di Livorno.
In una sala con il soffitto a volta e i mattoni alle pareti sperimentavamo una conversational platform tra cattolici, valdesi, verdi, diessini (vecchi tempi!) e comunisti (e tra questi: moderati, estremi, trotskisti, leninisti, stalinisti e correntisti vari).
Tanto era difficile la mediazione che dopo qualche anno di effervescenza, entusiasmo e speranza l’esperienza dei social forum morì, e non solo a Livorno. Le cause della morte sono ancora incerte, ma tra i sospetti appare sicuramente l’incapacità di tessere un significativo dialogo tra le parti.

Ecco, vedere Gravity, l’evoluzione del forum in chiave social, un meta forum dove gli utenti possono dialogare all’interno di vari “mondi conversazionali” a loro affini senza dover cambiare sito, mi ha fatto fare un salto nel passato.
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Cultura e corporate blog: il caso Van Gogh Museum

Il restauro del celebre dipinto di Van Gogh raccontato in un blog.

Il restauro del celebre dipinto di Van Gogh raccontato in un blog.

I brand – più o meno – l’hanno capito e si sono rassegnati: il blog è un ottimo strumento di comunicazione narrattiva, un modo intelligente per srotolare e tenere saldo quel fil rouge dello storytelling a cui noi consumatori sembriamo attaccati come le cozze agli scogli.
Sarà quel che sarà, ma i corporate blog ci aiutano ad umanizzare quei logo sparsi sugli oggetti e sulle cose, ci rendono visibili storie e persone, abbattono piedistalli e vetri oscurati.
Qualche anno fa mi sono imbattuta in quello, ormai chiuso ma ancora rintracciabile, di Mandarina Duck: Duck Side.
Mi piacque e mi venne subito voglia di comprare una borsa – incredibile come riesca a trovare giustificazioni teoriche a bassissimi impulsi di shopping. In ogni modo, questo è quello che si legge nel loro “manifesto”:

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