#savemuseums: la campagna contro i tagli alla cultura passa da Twitter

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1962

Diciamolo subito. E’ un’iniziativa britannica. Segue i provvedimenti del governo sui tagli alla cultura che, evidentemente, non sono solo un vizio nostrano. Utilizzando l’hashtag #savemuseums tutti i cittadini sono invitati a scrivere l’importanza e il senso che ha per loro la presenza di un museo nella crescita personale e comunitaria. La campagna è partita da poco, ma è già attivissima, sostenuta da colossi museali come Tate Gallery, tra l’altro immune dal provvedimento che sembra peserà soprattutto sui musei locali.

Inutile sottolineare l’urgenza che la campagna avrebbe anche in Italia, dove i tagli alla cultura mettono a rischio anche realtà museali di grande rilevanza, come il Madre a Napoli, il Mambo a Bologna, il Castello di Rivoli a Torino.

Alcuni account hanno già cominciato a dare il loro contributo, tra cui l’insuperabile @EinaudiEditore, che ha fatto partire un elenco di splendide citazioni letterarie sul museo.
Che con la cultura non si mangia ormai l’abbiamo imparato tutti, anche a nostre spese. Pare si mangi invece con i centri commerciali, dove gruppetti di ragazzini e famiglie annoiate si aggirano il sabato pomeriggio passando dalla palestra all’ultimo punto vendita di qualche catena commerciale, con l’ipod in una mano e un gelato confezionato nell’altra. Boh, diranno alcuni, io mica frequento i centri commerciali. Male. Io sì. E guardo. E se riesco ascolto. E tocco con mano la noia, quella sensazione di completa inutilità che spesso è data a chi vive la solitudine dell’eterno presente, a chi ha perduto il calore appassionato di una memoria lontana, a chi, senza quella memoria, non è in grado di guardare al domani, non è in grado di desiderare. Tanto peggio per loro, se non fosse che quella noia trascina noi tutti in un niente distruttivo di cui sa bene chi è cresciuto negli anni ’80 a pane e La Storia Infinita. Ecco, qualcuno potrebbe forse aiutarli – chi, il nostro illuminato governo forse? – a riscoprire la magia delle storie passate attraverso un dipinto, un vaso di ceramica, una statua, magari uno specchietto o una fibbia, una fotografia. Oggetti personali di quei fantasmi ospitati nei musei che, spero, continueremo a frequentare. Certo, occorre un rinnovamento, un ripensamento, persino uno strappo che sia in grado di rifondarli, perché smettano di essere percepiti come sterili mausolei. Impossibile? Sbagliato. Io conservo ancora impresso nella mente e sulla pelle quel piccolo miracolo di civiltà che fu l’apertura straordinaria, a Reggio Emilia, di quello che sarà presto il nuovo museo civico cittadino (ne parlai qui). Un inno alla contemporaneità dei nuovi musei, con i piedi nel passato e gli occhi verso il futuro. Io non ci rinuncio. E voi? #savemuseums.

Linkiesta è online e per adesso ci convince

Linkiesta.it, home page del 1° febbraio 2011.

Dunque, dopo un lungo teaser che molti di noi hanno seguito via twitter (o forse via facebook), è online Linkiesta, l’ultimo, in Italia, di una serie di testate giornalistiche online tra cui spiccano Il Post (seguitissimo, su alcuni temi peraltro ottimo!) e Lettera43, di cui la sottoscritta non supera una linea editoriale poco definita unita ad un’organizzazione caotica delle informazioni e una grafica troppo pesante.

Dunque è online, e com’è? Beh, comincio da quello che mi ha convinto.

- Mi ha convinto prima di tutto la dichiarazione trasparente del modello di business, parte integrante e direi quasi centrale della loro descrizione di progetto.

- Del suddetto, mi convince il fatto di non affidarsi completamente al ricatto pubblicitario, cercando piuttosto abbonati sostenitori a cui offrire benefit in forma di partecipazione alla vita del giornale, compresa la possibilità di proporre inchieste. Pago, quindi, e ottengo in cambio informazione di qualità che non comprende le tette delle quattro del pomeriggio in colonna destra, immancabili su testate come Repubblica e Corriere.

- Mi ha convinto anche la scelta di iscrivere le seguenti categorie come aventi diritto alla riduzione sull’abbonamento: oltre ai classici under 30, compaiono gli insegnanti di scuola e il personale universitario o di centri di formazione. Abituati ad un utenza delle testate online che si compone soprattutto di liberi professionisti, imprenditori e impiegati della new economy, trovo coraggioso il rivolgersi esplicitamente alle categorie di educatori, spesso tacciati come anacronistici e incapaci di stare al passo con la modernità. Bella sfida, vediamo che accade.

- Inoltre, mi convince – ma come potrebbe essere il contrario, in effetti? – la contrattualizzazione “tipica” di gran parte dei loro collaboratori, l’alto numero di soci con quota bloccata al 5% (nessuno ha messo più di 50.000 euro), e lo sviluppo della piattaforma su sistema open source affidata a due sviluppatori conosciuti “casualmente” (cit.) ad un Drupal Camp a Torino. La cosa ha persino un retrogusto romantico.

- Mi piace, infine, la Rassegna Stampa di Bruno Perini, alla quale è ovviamente possibile iscriversi tramite Feed RSS.

C’è qualcosa che non mi convince? Difficile dare giudizi negativi su una versione beta, che ha ancora molta strada da fare prima di definirsi. Si possono semmai indicare alcuni punti deboli, che per me si traducono in:

- La linea editoriale. Il titolo farebbe pensare a una testata di sole inchieste, che ricorda immediatamente l’ormai mitico ProPublica, Premio Pulitzer per l’inchiesta sulle morti sospette di un ospedale durante il post Katrina. In realtà Linkiesta propone anche analisi e articoli di opinione, il che non è certamente di per sé un punto negativo, se non fosse che la mancata classificazione strutturale degli articoli presentati rende il tutto un po’ caotico e non aiuta a chiarire il posizionamento. Ma su questo forse è davvero presto per dare un giudizio.

- Anche l’interfaccia, ammetto, non mi ha convinto del tutto. La forma classica del blog, una sola colonna con articoli in successione, mal si concilia a mio parere con le esigenze da testata giornalistica. Sarò troppo ancorata agli standard, ma un’interfaccia come quella de Il Post mi aiuta di più nell’orientamento rendendo più leggera la scelta degli articoli. Anche la mancata esplicitazione delle rubriche nelle voci di menu mi sembra una scelta ardita e non così costruttiva. Potrei comunque ricredermi nei prossimi mesi.

In ogni caso, mi sembra un progetto editoriale e imprenditoriale da tenere sott’occhio, per capire soprattutto quali contenuti sarà in grado di proporci e quanto potrà quindi contribuire al miglioramento – mai stato così necessario – dell’attuale offerta mediatica di questo paese.

I’ll stay tuned.

“Parla. E sie breve e arguto”: Einaudi Editore e il Twitter perfetto!

Einaudi Editore.

Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Tenevo questo post in un cassetto da tempo. Almeno da quando ho cominciato a seguire il canale Twitter di Einaudi Editore. Sbagliato. Da quando il canale Twitter di Einaudi Editore ha cominciato a seguire me. Ed è stato amore a prima vista.

Da allora sono passati molti mesi. Pian piano tutte le case editrici, più o meno timidamente, si sono affacciate al regno del microblogging. Io, se non tutte, ne seguo molte, alcune per amore, alcune per curiosità. A cominciare da Feltrinelli, che, diviso dalla doppia anima di editore e “libraio“, affonda tra annunci di scontistica e post automatici di novità e incontri con l’autore. Freddo, banale e poco aggiornato, non è certo quello che ti aspetteresti da un colosso dell’editoria italiana. Eppure…
Se la cava leggermente meglio Mondadori, che evita gli automatismi, aggiorna di frequente e dimostra di saper usare l’hashtag, questo sconosciuto!
Adesso, lo so, starete pensando al fatto che sia inutile cercare i fuochi d’artificio tra i Twitter di questi elefanti dell’editoria old fashion. Meglio piuttosto, direte voi, seguire qualche buon giovane indipendente, magari con il pallino per la cultura oltreoceano, magari MinimumFax… Sicuri? Dall’editore che ha portato Carver in Italia e che ha tra i suoi direttori editoriali alcuni tra gli intellettuali più frizzanti di questo momento, tutto ci aspetteremmo tranne un elenco di shortlink senza alcuna introduzione, intervallati da qualche annuncio di offerte speciali e incontri nei salotti alternativi nella capitale. Peccato, perché invece il loro blog, Minima&Moralia, è aggiornatissimo e meriterebbe seguito e dibattito.
Ecco, l’elenco potrebbe continuare in una noiosa descrizione dei canali di altri marchi editoriali, più o meno noti e più o meno efficaci, se non fosse che tutti scompaiono di fronte al vulcanico Einaudi, che sarà pure l’ennesima proprietà del nostro Presidente del Consiglio (chi ormai non lo è?), ma ha uno dei migliori canali Twitter in circolazione in Italia.

Perché?

1. Perché ascolta. Tantissimo. E risponde. Il più possibile. E crea rete. Continuamente.
Intercettando l’hashtag #FridayReads, per esempio, ha creato una piccola community di lettori italiani che ogni venerdì scambiano informazioni e pareri sui più svariati libri veicolando spontaneamnte il loro marchio.

2. Perché anche se non ci mette la faccia, come il Mart o il Brooklyn Museum, parla con voce umana. Non lo possiamo chiamare per nome, è vero, ma la Twitter-voice di Einaudi parla in prima persona e racconta di sè.

3. Perché ha saputo costruire una narrazione (e una conversazione) fatta di citazioni dai testi più disparati, ricordandoci come la grande letteratura sia in grado di rispondere ad ogni sollecitazione. Anche in 140 caratteri.

4. E infine, perché non ha tradito la sua immagine cartacea e ha saputo effettuare quella semplice operazione di traduzione da un medium a un altro che invece sembra impaludare moltissime realtà, soprattutto culturali.

Ah, dimenticavo. Io sto leggendo un arrabbiatissimo N. Lagioia in Riportando tutto a casa, Einaudi 2009. Splendido. Ne trovate una brevissima citazione sul mio tumblr.

#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Promozione del territorio Twitter-based

Interessante campagna di promozione del territorio da parte della Commissione del Turismo Canadese.
Con l’intelligente approccio cross media che ha unito social e street marketing con un pizzico di web semantico, il territorio canadese ha promosso se stesso attraverso dei muri interattivi installati a New York, Los Angeles e Chicago. I passanti potevano leggere e selezionare post e immagini di esperienze turistiche in Canada pubblicati real time su Twitter.

World Cup for geeks: sul Guardian un’interessante data visualization app

Twitter data visualization applicato ai mondiali di calcio da parte del Guardian

Twitter data visualization applicato ai mondiali di calcio da parte del Guardian

Se anche voi cercate motivi, per così dire, “laterali” per appassionarvi ai mondiali di calcio (ecco i miei: la distesa di birre sul tavolo a casa di amici, il mai sperato svuotamento del treno per tornare a casa la domenica, tre monete seppellite sotto il risultato di improbabili partite che crescono come nell’albero di Pinocchio) questa applicazione del Guardian potrebbe aggiungersi al vostro elenco (o forse solo a quello dei geek).

Scoperta grazie all’immancabile F, il World Cup 2010 Twitter Replay è un interessante modello di visualizzazione dati real time basato sull’ormai imprescindibile semantic web. Altrimenti detto: come vedere un replay di ogni match dei mondiali attraverso i termini più popolari pubblicati dagli utenti su Twitter. Fondamentale il processo temporale che misura crescendo, diminuendo e picchi di entusiasmo. Insomma, una visualizzazione melodico-visiva di dati, limitata soltanto  dall’essere english-based (aggiungo solo che il limite è comune alla gran parte delle applicazioni di semantic web, con ovvie e inquietanti minacce che incombono sull’analogica e immisurabile ricchezza del linguaggio umano).

In ogni caso, per chi è interessato alle sfide tecnico-visuali-informative del progetto consiglio il bel post pubblicato sul blog Inside Guardian.

Need to be physical #1: Twitter Street Art

Just bombin' a wall. Twitter Street Art

Just bombin' a wall. Twitter Street Art

Via | Yay!Everyday