Di storytelling e di crowdsourcing: Les Trucs al Jeu de Paume

Les Trucs. Opera in esposizione all'espace virtuel della galleria Jeu de Paume. Parigi.

J’ai une voisine qui est aussi une amie. Elle est passée à la maison avec un truc.
Moi, bien sûr, j’étais jaloux, j’ai jamais eu de truc avant.
Devant mes yeux implorants et larmoyants, elle me l’a laissé, en me faisant promettre un truc.
En fait, c’est bien tombé, j’avais justement un truc à faire.


Questo messaggio è quello che ieri ho letto nei miei news feed di Facebook (a proposito, visto The Social Network, non male, ottima colonna sonora. Consigliato con riserva, però, ai già vessati animi delle buone femministe. Diciamo che vi viene una gran voglia di chiudere il vostro account su qualsiasi SN e se fate il mio mestiere non è una buona cosa!).
Tornando a noi, quel messaggio era l’update del canale FB del centro di arte contemporanea parigino Jeu de Paume. M’incuriosisco, clicco (bravi, obiettivo raggiunto!).

Scopro così che l’attuale “esposizione online” del centro, che ha un “espace virtuel” dedicato alle opere di net art (sì, prima o poi ci arriviamo anche in Italia, portate pazienza!) s’intitola Les Trucs ed è un progetto del collettivo MicroTruc. Prima di raccontarvi di cosa si tratta, una piccola parentesi sul termine francese truc: per chi sia stato almeno una settimana in Francia relazionandosi con gli abitanti del luogo, saprà che truc è forse il termine più usato nelle conversazioni quotidiane e colloquiali. Oltre al significato per noi italiani più immediato di “trucco”, prende la via estesa di “oggetto”, “cosa”, “affare”. Se dovessi trovarne un corrispondente italiano, lo indicherei senza dubbio nel termine diffusissimo, almeno nel capoluogo lombardo, di “roba”.

Ma in cosa consiste Les Trucs? Di settimana in settimana, ogni membro del collettivo di artisti (Jerome, Alexandre, Albertine, Julien, Caroline) affida un oggetto, un truc, ad un amico, esortandolo a passarlo ad un’altra persona a lui cara descrivendone via mail le circostanze e il contesto. Le mail vengono poi pubblicate sul sito web dell’opera, assieme alla mappa del percorso compiuta dal truc fino a quel momento. Ecco che prende forma una narrazione (la vogliamo chiamare storytelling?) geolocalizzata e collettiva (possiamo considerarla una forma di crowdsourcing?) intorno ad oggetti misteriosi di cui solo i “passeurs”, nella vita fisica (vogliamo definirla offline?) conoscono fattezze e sembianze.

Gli ingredienti ci sono tutti. Non solo per una divertente e poetica opera di net art performativa, ma anche per un potenziale progetto di viral marketing. Con una differenza: l’arte – per fortuna! – riesce ancora a conservare il disordine, la mancanza di controllo, la casualità, l’indeterminatezza, la capacità evocativa, ma soprattutto, i mille piani interpretativi. Non credo che la comunicazione si possa permettere tutto questo, ma può trarne spunto e mettere tutto sottovuoto (della pubblicità come arte sottovuoto ho parlato qui!).

Morale: affiancate ai vostri testi di teoria della comunicazione digitale e web marketing qualche saggio di estetica e storia dell’arte. E inserite nel vostro feed reader almeno un blog sull’arte contemporanea.
Non è solo un truc pour les intellectuels.

Happy Family: il fascino discreto di una meta narrazione borghese

Marherita Buy in Happy Family

Margherita Buy in Happy Family

… Questo film è dedicato a chi ha paura.

“Ecco. E’ per me”, ha pensato Excentrica alla fine del prologo di Happy Family in un affollatissimo Odeon di via Mascarella a Bologna.
Non dev’essere stata l’unica. Quale essere pensante non ha paura? Certo, lei forse ha un pizzico più paura degli altri: paura degli insetti prima di tutto, paura dei film horror, thriller, persino noir di tanto in tanto, paura di perdere l’autobus, il treno, l’aereo e le occasioni della vita, paura di sbagliare, cadere, anche solo vacillare, paura dei tuffi di testa (ma che bello quando ci riesce!), paura delle meduse e degli arrivi inattesi, paura dei cavi aggrovigliati e della caffettiera troppo piena, paura del buio.
Paura di tutto, ma non dell’amore. Ecco perché, in fondo, tra lei e Ezio, un fantastico De Luigi che scrive e non vive, la differenza è netta.
Ma la scintilla è scattata lo stesso, per un film che taglia e cuce lo storytelling con l’amore che solo un inventore di storie può avere. Senza inganni, senza falsa seduzione, Salvatores ci apre una porta e ce la fa attraversare continuamente: dentro/fuori, fuori/dentro.
Il narrare è anche questo: uscire e entrare in mondi paralleli e connessi, dove realtà e immaginazione si mischiano, dove la metamorfosi è continua e meravigliosa, ma soprattutto è in mano a noi, che come una tessitrice costruiamo di giorno in giorno la trama della nostra vita.

In breve: Sei personaggi in cerca d’autore nella versione tardo moderna di una Milano borghese, estiva e decisamente suggestiva.

Consigliatissimo.