Cultura e Social Network: un corso di formazione

Sempre nella mia forzata assenza di questo periodo, continuo con piccole incursioni di servizio che spero comunque possano essere utili a chi saltuariamente passa di qui.

Oggi vi segnalo con estremo piacere un corso di formazione, organizzato dalla Fondazione ATER di Modena su Cultura, Web e Social Network. Non devo certo essere io a dirvi con quale urgenza ci sia bisogno, da parte di chi lavora nel campo dei beni culturali, di abbracciare la cultura e le pratiche della Rete per favorire un più ampio accesso a musei e centri espositivi.

Il corso ha una durata di 150 ore ed è diviso in quattro moduli (Elementi di comunicazione e marketing – Il web per gli enti culturali – La Comminity web – I social network), con un project work finale. Tra gli insegnanti professionisti validissimi su cui garantisco totalmente, tra cui Alessandro Bollo – fondatore della fondazione Fitzcarraldo di Torino – Michele D’Alena – docente del laboratorio di marketing territoriale all’Università di Bologna nonché fondatore di TagBoLabLinda Serra e Cecilia Pedroni – consulenti in comunicazione digitale, blogger e fondatrici del GGD Bologna – e infine Gianluca Diegoli, che credo non abbia bisogno di presentazioni ma che comunque trovate qui.

Il bando è scaricabile qui e il termine ultimo per presentare domanda è venerdì 27.

Studiate, studiate, studiate.

Esempi di social media marketing: il Brooklyn Museum

Photo Credit: Brooklyn Museum su Flickr.

Per analizzare l’intera attività di social media marketing del Brooklyn Museum, sotto la direzione di Shelley Bernstein, servirebbero almeno una decina di post. Tanto infatti è capillare, interconnessa, eterogenea… Strategica!

Aspettando di sentirla parlare domani al convegno Surfing and Walking: i musei e le sfide del 2.0, organizzato dalla Fondazione Fitzcarraldo all’interno del Salone DNA a Torino, provo a farne comunque una sintesi per punti, mettendo in evidenza gli aspetti che la differenziano da approcci randomici, poco ragionati, in stile naïf che purtroppo caratterizzano moltissime realtà culturali e no profit, ma anche – ahimé – numerose aziende.

Attenzione: l’ordine di elencazione non è casuale.

1. Bottom-up/Ascolta e dialoga con la rete: Nonostante I mercati sono conversazioni sia la prima e più citata tesi dell’ormai imprescindibile Cluetrain Manifesto, questo punto è tra i più dimenticati nelle strategie di presenza online di moltissimi brand, profit o no profit che siano. In una specie di bizzarro soliloquio, sono in molti a pontificare dai loro canali social senza accennare il minimo dialogo con i loro interlocutori. Non c’è niente di peggio di stare sui social network per obbligo evitando la relazione come fosse peste bubbonica, quasi il social media marketing fosse una medicina da prendere tappandosi il naso. Il Brooklyn Museum ha capito perfettamente il valore della propria online audience e lo dimostra non solo con un frequente utilizzo dell’ @user su Twitter, ma anche con iniziative specifiche basate sul crowdsourcing. L’ultima è  Click! A crowd-curated exhibition.

2. Media mix/Moltiplica e differenzia la presenza: il museo ha un canale su tutte le piattaforme social più frequentate in questo momento, riconoscendo ad ognuna la specificità del medium. Elenco e linko i principali: Facebook, Twitter, Youtube, Flickr, Tumblr, Foursquare, altri li trovate qui.

3. Brand Humanization/Parla con voce umana: cito di nuovo il Cluetrain e la sua terza tesi: “Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.”
Ecco. Adesso copio e incollo la descrizione del canale Twitter del museo: A gaggle of Brooklyn Museum staffers tweet here. Look for via @user at the end of tweets to get to know us. Questions and comments via @replies are welcome.
Esempio perfetto di presentazione del proprio spazio social, che oltre ad invitare al dialogo (vedi primo punto) mette subito in chiaro l’essere umano che sta dietro ai post e sfata il mito che i social network debbano essere gestiti unicamente dall’ufficio stampa. Chiunque, e soprattutto chi fa parte della “produzione” (siano curatori, redattori, stilisti, web developer o quant’altro) dovrebbe partecipare alla gestione dei canali social, trasformandoli da entità astratta e incorporea a gaggle of staffers.
Consiglio vivamente di stampare questa description e appenderla nella stanza del vostro reparto web marketing (Non esiste un reparto web marketing nella vostra azienda? Cominciate a preoccuparvi e aggiornate il cv!).

4. Engagement/Non solo CRM e Press Office: utilizzare il proprio canale social come un prolungamento del customer care e dell’ufficio stampa va bene, ma è decisamente riduttivo. La multimedialità e l’iperconnection che i social network permettono possono offrire molto, molto di più in termini di coinvolgimento. Dalle semplici applicazioni, ad iniziative specifiche con meccanismi premium. Esempi? Attraverso Foursquare, il Brooklyn premia gli assidui frequentatori con uno special badge (ogni 3 check-in) e il Mayor del primo sabato del mese con la 1st Fans Membership. Questa, acquistabile per i meno geek al prezzo di 20$, sblocca a sua volta contenuti riservati ed esclusivi su un canale Twitter specifico. Se la partecipazione della propria audience è un dono, con un dono va ricambiata.

5. Media Ecology/Antidoti per la sindrome da last-medium: nella prospettiva ecologica che tanto ci piace e che ci fa sentire con orgoglio politically correct, gettare al macero vecchi media è un errore da dilettanti. Il fatto che esistano i social network non significa, per esempio, che i blog abbiano perso il loro valore e la loro funzione. I micropost di FB o TT non possono in alcun modo sostituire la chiarezza informativa e la capacità di approfondimento di un blog multiautore, benché possano rappresentarne i principali referrals. Persino i forum, quando necessari, assolvono alla loro antica ma (pare) intramontabile funzione. Il Brooklyn li ha usati come piattaforma di discussione in occasione della già citata Click!, esposizione co-curata dai visitatori, dimostrando uno sguardo aperto, pragmatico e pulito da qualsiasi pregiudizio. Assai raro ma vincente.




Ghost track. Dimenticate il costo zero: mi sembra evidente da questi 5 punti che un piano di social media marketing che si rispetti e che abbia la speranza di fornire risultati in termini di branding e di audience development NON è a costo zero. Se si risparmiano, quello sì, costi di pianificazione classici dell’adv, che sia display o search, si devono però mettere nel conto quelli diretti o indiretti legati allo sviluppo di apps e iniziative specifiche, senza contare il tempo delle risorse impiegate nella gestione vera e propria dei canali. Se avevate in mente una strategia social che non intaccasse i vostri budget continuate a sognare. L’attività onirica è forse l’ultima rimasta ancora totalmente free.

#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Promozione del territorio Twitter-based

Interessante campagna di promozione del territorio da parte della Commissione del Turismo Canadese.
Con l’intelligente approccio cross media che ha unito social e street marketing con un pizzico di web semantico, il territorio canadese ha promosso se stesso attraverso dei muri interattivi installati a New York, Los Angeles e Chicago. I passanti potevano leggere e selezionare post e immagini di esperienze turistiche in Canada pubblicati real time su Twitter.

Gravity: social conversational platform

Altrimenti detto Social Forum, se non fosse che a me fa un effetto straniante, pensando ai miei primi vent’anni e alle riunioni del martedì sera in un vicolo silenzioso del centro di Livorno.
In una sala con il soffitto a volta e i mattoni alle pareti sperimentavamo una conversational platform tra cattolici, valdesi, verdi, diessini (vecchi tempi!) e comunisti (e tra questi: moderati, estremi, trotskisti, leninisti, stalinisti e correntisti vari).
Tanto era difficile la mediazione che dopo qualche anno di effervescenza, entusiasmo e speranza l’esperienza dei social forum morì, e non solo a Livorno. Le cause della morte sono ancora incerte, ma tra i sospetti appare sicuramente l’incapacità di tessere un significativo dialogo tra le parti.

Ecco, vedere Gravity, l’evoluzione del forum in chiave social, un meta forum dove gli utenti possono dialogare all’interno di vari “mondi conversazionali” a loro affini senza dover cambiare sito, mi ha fatto fare un salto nel passato.
Continue Reading →

Need to be Physical #2: Facebook card

Facebook business card

Facebook business card

Accetta o rifiuta? Disegnata da Jean-Baptiste Goureaud.

Via | Szymon

Diamo voce alle nostre emozioni: stereomood

stereomood è la radio che offre una colonna sonora alle tue emozioni

stereomood è la radio che offre una colonna sonora alle tue emozioni

Con estremo piacere segnalo un’applicazione web realizzata da un piccolo gruppo di amici in un anno di durissimo lavoro strappato a notti e weekend.
Stereomood.com è una radio online che permette di ascoltare brani in linea con il tuo stato d’animo e le tue attività del momento. Dalla Home Page è quindi possibile scegliere tra una serie di mood suggeriti dalla redazione e accompagnarli con una fantastica colonna sonora.
Continue Reading →