Roberto Saviano e il (vintage) digital marketing di Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli in una riunione di redazione con James Baldwin

Lo sappiamo già da un po’. L’acquisto da parte di Feltrinelli dei diritti sull’ultimo testo di Saviano ha sancito definitivamente la rottura tra lo scrittore-icona dell’antimafia e il gruppo editoriale di proprietà dell’ancora – e chissà per quanto – presidende del consiglio.

Bravi. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. Il titolo in uscita, anche questo annunciato da un po’, è Vieni via con me e raccoglie, con un’originalità che lascia davvero a bocca aperta, i monologhi presentati durante la trasmissione record di cui – nonostante le critiche che ho già espresso qui – spero arrivi presto la seconda edizione. A quel punto qualche lampadina deve essersi accesa tra le scrivanie di un’azienda che in campo digitale non sembra proprio stare sulle vette dell’Everest  - ma almeno si è armata di piccozzo. Qualcuno avrà pensato: se non ora quando?  E quindi via di versione in ebook (ePub e Pdf), minisito dedicato, blog incorporato e un po’ di UGC che fa tanto web 2.0.

Apprezziamo lo sforzo. Peccato che:

- La grafica del suddetto sito è tanto triste quanto erano invece entusiasmanti le scenografie e la mise en scène dell’omonima trasmissione RAI (rileggere post in proposito di Luisa Carrada)

- Il costo dell’ebook (senza contributi multimediali, per quel che ho potuto capire) è  9,99 euro contro i 13 del libro cartaceo. E’ mai possibile?

- La presunta iniziativa di partecipazione, Scrivi a Roberto le 10 cose per le quali vale la pena vivere (oddio, ma non era in gioco solo la permanenza in Italia? Mi devo essere persa dei pezzi strada facendo!) prevede la compilazione in un form degno di una PA e la lettura in una sezione che ha il sapore del web che fu. Non perdete tempo a chiedervi se ci sia la possibilità di condividere tali elenchi UGC via social, tantomeno lambiccatevi il cervello a cercare di capire perché questa iniziativa non sia stata portata avanti su Twitter (che pure dovrebbero conoscere), con hashtag dedicato e con visualizzazione del thread magari interna al sito, magari non lineare, magari con personalizzazione grafica (ora, non esageriamo: ci accontentiamo anche dell’embed di qualche plugin open source).
Peccato, perché di questi elenchi  se ne contano già più di 100, che in un ambiente ad alto quoziente di propagazione come Twitter potrebbero già rappresentare un ottimo inizio. E invece lì rimangono, inerti e isolati nel loro triste Times New Roman, visualizzati uno ad uno con paginazione lineare. Sembrano quasi la brutta copia di un libro. Sembrano quasi il prodotto di un’azienda italiana che non fa innovazione da almeno 10 anni. Certo che se questo è il digitale, meglio tornare al cartaceo.

A margine: non me ne voglia Feltrinelli, la cui tessera porto con piacere nel mio portafoglio e a cui dono tutti gli anni una cifra tra i 300 e i 500 euro. Sei figlia di Giangiacomo: pionere, sognatore e visionario. E’ così difficile portarne con te lo spirito e, tutto sommato, anche la lettera?

Google One Pass – anche gli 01 si pagano!

Nella divertente lotta tra i due giganti d’oltreoceano quello che risulta chiaro è che l’era del gratis è decisamente finita.
L’annuncio di Google One Pass, servizio che permette agli editori di vendere i propri contenuti in abbonamento, arriva ad appena un giorno di distanza da quello di Apple sul cambio di regole all’interno dell’App Store, che prevede, appunto, la possibilità di fornire i contenuti in abbonamenti della durata variabile, con la stessa modalità di fatturazione delle App (la questione è assai più complessa, vi consiglio Webnews per approfondire). Polemiche. Apple dichiara di trattenere il 30% sulla vendita, esattamente come fa con le app. Rhapsody, servizio di streaming musicale, alza la testa e minaccia l’abbandono  (e chi vivrà vedrà). Google, secondo rumors, tratterebbe  invece il 10%, offrendo tra l’altro la possibilità di visualizzare i contenuti acquistati su ogni dispositivo (mobile, tablet, PC). Ahi ahi ahi. Sembra vantaggioso.
In ogni caso, quel che emerge con chiarezza, è l’indiscussa direzione pay della trasmissione di contenuti digitali.  Inizia così il declino dell’era gratuita, attraente ma anche piena d’insidie. Finita la spinta rivoluzionaria iniziale, l’offerta gratuita da parte degli editori su Internet (così come quello della TV del resto) è stata fin da subito uno specchietto per le allodole. Il modello di business unicamente pubblicitario, che salva sicuramente il nostro portafoglio, attinge a piene mani però alla qualità dei contenuti offerti. E non è tanto la questione di invasività dei formati tabellari – per quanto ultimamente “oltre la misura”, per riprendere un’espressione assai diffusa in questi giorni – quanto un abbrutimento dell’offerta alla disperata ricerca del click +1. Ne ho già parlato più volte (è una mia fissa, l’ammetto) quindi evito di tornare anche oggi sul fenomeno della “trasformazione pomeridiana della colonna destra”, ma credo che il corrispettivo in denaro, da parte dell’utente, sia lo strumento di scambio per ottenere un altro tipo di contenuti, nonché un primo passo verso la diminuzione dell’overload e dell’omologazione informativa, questioni delle quali, forse, dovremmo prima o poi cominciare ad occuparci.

#savemuseums: la campagna contro i tagli alla cultura passa da Twitter

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1962

Diciamolo subito. E’ un’iniziativa britannica. Segue i provvedimenti del governo sui tagli alla cultura che, evidentemente, non sono solo un vizio nostrano. Utilizzando l’hashtag #savemuseums tutti i cittadini sono invitati a scrivere l’importanza e il senso che ha per loro la presenza di un museo nella crescita personale e comunitaria. La campagna è partita da poco, ma è già attivissima, sostenuta da colossi museali come Tate Gallery, tra l’altro immune dal provvedimento che sembra peserà soprattutto sui musei locali.

Inutile sottolineare l’urgenza che la campagna avrebbe anche in Italia, dove i tagli alla cultura mettono a rischio anche realtà museali di grande rilevanza, come il Madre a Napoli, il Mambo a Bologna, il Castello di Rivoli a Torino.

Alcuni account hanno già cominciato a dare il loro contributo, tra cui l’insuperabile @EinaudiEditore, che ha fatto partire un elenco di splendide citazioni letterarie sul museo.
Che con la cultura non si mangia ormai l’abbiamo imparato tutti, anche a nostre spese. Pare si mangi invece con i centri commerciali, dove gruppetti di ragazzini e famiglie annoiate si aggirano il sabato pomeriggio passando dalla palestra all’ultimo punto vendita di qualche catena commerciale, con l’ipod in una mano e un gelato confezionato nell’altra. Boh, diranno alcuni, io mica frequento i centri commerciali. Male. Io sì. E guardo. E se riesco ascolto. E tocco con mano la noia, quella sensazione di completa inutilità che spesso è data a chi vive la solitudine dell’eterno presente, a chi ha perduto il calore appassionato di una memoria lontana, a chi, senza quella memoria, non è in grado di guardare al domani, non è in grado di desiderare. Tanto peggio per loro, se non fosse che quella noia trascina noi tutti in un niente distruttivo di cui sa bene chi è cresciuto negli anni ’80 a pane e La Storia Infinita. Ecco, qualcuno potrebbe forse aiutarli – chi, il nostro illuminato governo forse? – a riscoprire la magia delle storie passate attraverso un dipinto, un vaso di ceramica, una statua, magari uno specchietto o una fibbia, una fotografia. Oggetti personali di quei fantasmi ospitati nei musei che, spero, continueremo a frequentare. Certo, occorre un rinnovamento, un ripensamento, persino uno strappo che sia in grado di rifondarli, perché smettano di essere percepiti come sterili mausolei. Impossibile? Sbagliato. Io conservo ancora impresso nella mente e sulla pelle quel piccolo miracolo di civiltà che fu l’apertura straordinaria, a Reggio Emilia, di quello che sarà presto il nuovo museo civico cittadino (ne parlai qui). Un inno alla contemporaneità dei nuovi musei, con i piedi nel passato e gli occhi verso il futuro. Io non ci rinuncio. E voi? #savemuseums.

Google Art Project: il Rinascimento dei musei virtuali

Mai fatto più di un post al giorno, ma a questo non resisto. Grazie al canale twitter di Michele D’alena, arrivato prima del Mibac sulla notizia, apprendo che è online il Google Art Project.
Che dire? Ci volevano i Labs di Mountain View per ridare senso all’espressione “museo virtuale”, svilita spesso da improbabili visuali dal sapore retrofuture morte prima di nascere dentro a tazzine di caffè java branded.
Certo, ci sono casistiche migliori – giusto qualche giorno fa Simone Strozzi parlava su Fucktory dei virtual tour del Macro, tutto sommato ben fatti – ma quando la visita al museo diventa semplicemente un insight di Street View difficile avere concorrenti.

E’ così infatti che il Google Art Project permette le visite virtuali all’interno di alcuni tra i più importanti musei del mondo – per l’Italia non mancano per fortuna Gli Uffizi - dentro i quali ci muoviamo con drag and drop fluido e perfettamente controllabile, proprio come tra le vie delle città mappate dalla Google Car.
Ma Google non si ferma alla visita 3D, nella consapevolezza che il vero plus del digitale sia in realtà fornire una visione ad alta risoluzione di dipinti difficilmente apprezzabili nel formato cartaceo ridotto del supporto libro. E allora che fa? Si accorda con i musei aderenti al progetto, riuscendo a fornire di alcune opere un’immagine tra i 7 e i 14 bilioni di pixel – e Van Gogh in HD non è roba da poco – che appare a tutto schermo ed è scalabile da un comodissimo regolatore con vista in scala in basso a destra. E per chi ha un Google Account – e chi non lo ha ormai? – esiste ovviamente la possibilità di creare delle collezioni con tanto di permalink e condivisione sui principali social (ma su queste feature temo manchi ancora un po’ di debug!).

Inutile sottolineare le enormi potenzialità in termini di studio, che si traducono, tra l’altro, nella possbilità di rendere visibili opere solitamente accatastate in sotterranei e magazzini; meno inutile invece fermarci a riflettere sul futuro del museo nell’era ormai avanzatissima della riproducibilità tecnica. Sarà una sfida analizzare quali siano i veri vantaggi dell’esserci, quale intraducibile coinvolgimento ci proponga la visita in situ piuttosto che quella delocalizzata dal divano di casa nostra.
E siamo solo all’inizio.

Linkiesta è online e per adesso ci convince

Linkiesta.it, home page del 1° febbraio 2011.

Dunque, dopo un lungo teaser che molti di noi hanno seguito via twitter (o forse via facebook), è online Linkiesta, l’ultimo, in Italia, di una serie di testate giornalistiche online tra cui spiccano Il Post (seguitissimo, su alcuni temi peraltro ottimo!) e Lettera43, di cui la sottoscritta non supera una linea editoriale poco definita unita ad un’organizzazione caotica delle informazioni e una grafica troppo pesante.

Dunque è online, e com’è? Beh, comincio da quello che mi ha convinto.

- Mi ha convinto prima di tutto la dichiarazione trasparente del modello di business, parte integrante e direi quasi centrale della loro descrizione di progetto.

- Del suddetto, mi convince il fatto di non affidarsi completamente al ricatto pubblicitario, cercando piuttosto abbonati sostenitori a cui offrire benefit in forma di partecipazione alla vita del giornale, compresa la possibilità di proporre inchieste. Pago, quindi, e ottengo in cambio informazione di qualità che non comprende le tette delle quattro del pomeriggio in colonna destra, immancabili su testate come Repubblica e Corriere.

- Mi ha convinto anche la scelta di iscrivere le seguenti categorie come aventi diritto alla riduzione sull’abbonamento: oltre ai classici under 30, compaiono gli insegnanti di scuola e il personale universitario o di centri di formazione. Abituati ad un utenza delle testate online che si compone soprattutto di liberi professionisti, imprenditori e impiegati della new economy, trovo coraggioso il rivolgersi esplicitamente alle categorie di educatori, spesso tacciati come anacronistici e incapaci di stare al passo con la modernità. Bella sfida, vediamo che accade.

- Inoltre, mi convince – ma come potrebbe essere il contrario, in effetti? – la contrattualizzazione “tipica” di gran parte dei loro collaboratori, l’alto numero di soci con quota bloccata al 5% (nessuno ha messo più di 50.000 euro), e lo sviluppo della piattaforma su sistema open source affidata a due sviluppatori conosciuti “casualmente” (cit.) ad un Drupal Camp a Torino. La cosa ha persino un retrogusto romantico.

- Mi piace, infine, la Rassegna Stampa di Bruno Perini, alla quale è ovviamente possibile iscriversi tramite Feed RSS.

C’è qualcosa che non mi convince? Difficile dare giudizi negativi su una versione beta, che ha ancora molta strada da fare prima di definirsi. Si possono semmai indicare alcuni punti deboli, che per me si traducono in:

- La linea editoriale. Il titolo farebbe pensare a una testata di sole inchieste, che ricorda immediatamente l’ormai mitico ProPublica, Premio Pulitzer per l’inchiesta sulle morti sospette di un ospedale durante il post Katrina. In realtà Linkiesta propone anche analisi e articoli di opinione, il che non è certamente di per sé un punto negativo, se non fosse che la mancata classificazione strutturale degli articoli presentati rende il tutto un po’ caotico e non aiuta a chiarire il posizionamento. Ma su questo forse è davvero presto per dare un giudizio.

- Anche l’interfaccia, ammetto, non mi ha convinto del tutto. La forma classica del blog, una sola colonna con articoli in successione, mal si concilia a mio parere con le esigenze da testata giornalistica. Sarò troppo ancorata agli standard, ma un’interfaccia come quella de Il Post mi aiuta di più nell’orientamento rendendo più leggera la scelta degli articoli. Anche la mancata esplicitazione delle rubriche nelle voci di menu mi sembra una scelta ardita e non così costruttiva. Potrei comunque ricredermi nei prossimi mesi.

In ogni caso, mi sembra un progetto editoriale e imprenditoriale da tenere sott’occhio, per capire soprattutto quali contenuti sarà in grado di proporci e quanto potrà quindi contribuire al miglioramento – mai stato così necessario – dell’attuale offerta mediatica di questo paese.

I’ll stay tuned.

Be Real: un fagottino di atomi per il 2011

les liens invisibles

Les Liens Invisibles, Public-Space Invaders, Riot | Reality Is Out There. Credit: gli artisti.

Dunque riaffioriamo dal muto vortice natalizio e siamo già nel 2011. Excentrica ha evitato non troppo volontariamente gli auguri di buone feste e i listoni di fine anno e come al solito ha accumulato argomenti pulsanti nel suo feed reader. Decide però di lasciarli pulsare e di cominciare i post del nuovo anno all’insegna dell’obsolescenza, per arginare le ansie da real time e riscoprire il piacere dell’effetto delay.

Vi parlerà quindi di un progetto realizzato e presentato in un superatissimo novembre 2010, in occasione dello scorso Piemonte Share Festival. Il progetto, ad opera dei net artisti italiani Les Liens Invisibles, è in realtà di enorme attualità, persino per un gennaio 2011, e prende il nome di Riot | Reality Is Out There.
Se il geotagging e l’augmented reality sono sicuramente tra gli hot trend di quest’anno, meglio mettere in tasca un occhio disincantato e storicizzato regalato dall’arte e prepararci a passeggiate fantasma in una realtà scomparsa.

Senza mettere in dubbio, infatti, la comprovata utilità del cosiddetto “proximity marketing” – troppo poco battutto peraltro! Mi meraviglio come Slow Food possa ancora ignorare l’esistenza degli smartphone dopo gli accidenti che le mando ogni volta che cerco una buona osteria last minute durante i miei giri fuoriporta – fa parte degli obiettivi del piano 2011 quello di rimanere sufficientemente lucidi per capire che stiamo assistendo alla lenta morte della realtà. E allora prendiamoci il tempo e lo spazio, fisico e virtuale, per un’ultima passeggiata psicogeografica dal sapore lettrista e seguendo il suggerimento degli artisti “perdiamoci nella realtà, prima che questa scompaia“. Come?
Prima di tutto occorre abitare o trovarsi temporaneamente a Torino e avere sul proprio smartphone Layar, il classico browser per l’AR. Se i due fenomeni si presentano contemporaneamente siete pronti per gustarvi un’esperienza irreale ma possibile, altrimenti detta: virtuale. Potete così incontrare un Magritte a Piazza Cavour al grido di Ceci n’est pas réalité o lottare contro i Public-Space Invaders a Piazza Carlo Emanuele II, ma anche, perché no, provare l’ebbrezza di una manifestazione di piazza senza effetti collaterali – vuoi mettere il brivido di scontrarsi contro un manganello comodamente seduti su una panchina?
Se solo gli studenti fossero più digitalizzati… Magari potrebbero beneficiare persino di incentivi governativi per il “dissenso virtuale“. E  invece, ostinati, occupano le tangenziali, e con i loro corpi tutti atomi restituiscono aria e respiro agli abitanti di palazzi affacciati su smog, rumori molesti, viste desolanti e terribilmente reali. Non è bastato questo, tuttavia, a salvarli da una riforma universitaria che trasuda classismo e lo chiama modernità. Tutto è possibile nell’augmented dream del riformismo progressista, dove una prigione buia e senza chiave ha l’aspetto di una camera con vista.

Abbiamo ancora occhi per vedere? Abbiamo imparato a slittare tra virtuale e reale senza perdere le coordinate? Siamo in grado di portarci un fagottino di atomi nel regno dei pixel? Se la risposta è negativa per almeno una delle tre domande occorre far pratica.
No, non è semplice, ma qualcuno vi aveva detto che sarebbe stato tale?

Be real è il primo dei buoni propositi del 2011. Buon inizio a tutti e tutte!

“Parla. E sie breve e arguto”: Einaudi Editore e il Twitter perfetto!

Einaudi Editore.

Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Tenevo questo post in un cassetto da tempo. Almeno da quando ho cominciato a seguire il canale Twitter di Einaudi Editore. Sbagliato. Da quando il canale Twitter di Einaudi Editore ha cominciato a seguire me. Ed è stato amore a prima vista.

Da allora sono passati molti mesi. Pian piano tutte le case editrici, più o meno timidamente, si sono affacciate al regno del microblogging. Io, se non tutte, ne seguo molte, alcune per amore, alcune per curiosità. A cominciare da Feltrinelli, che, diviso dalla doppia anima di editore e “libraio“, affonda tra annunci di scontistica e post automatici di novità e incontri con l’autore. Freddo, banale e poco aggiornato, non è certo quello che ti aspetteresti da un colosso dell’editoria italiana. Eppure…
Se la cava leggermente meglio Mondadori, che evita gli automatismi, aggiorna di frequente e dimostra di saper usare l’hashtag, questo sconosciuto!
Adesso, lo so, starete pensando al fatto che sia inutile cercare i fuochi d’artificio tra i Twitter di questi elefanti dell’editoria old fashion. Meglio piuttosto, direte voi, seguire qualche buon giovane indipendente, magari con il pallino per la cultura oltreoceano, magari MinimumFax… Sicuri? Dall’editore che ha portato Carver in Italia e che ha tra i suoi direttori editoriali alcuni tra gli intellettuali più frizzanti di questo momento, tutto ci aspetteremmo tranne un elenco di shortlink senza alcuna introduzione, intervallati da qualche annuncio di offerte speciali e incontri nei salotti alternativi nella capitale. Peccato, perché invece il loro blog, Minima&Moralia, è aggiornatissimo e meriterebbe seguito e dibattito.
Ecco, l’elenco potrebbe continuare in una noiosa descrizione dei canali di altri marchi editoriali, più o meno noti e più o meno efficaci, se non fosse che tutti scompaiono di fronte al vulcanico Einaudi, che sarà pure l’ennesima proprietà del nostro Presidente del Consiglio (chi ormai non lo è?), ma ha uno dei migliori canali Twitter in circolazione in Italia.

Perché?

1. Perché ascolta. Tantissimo. E risponde. Il più possibile. E crea rete. Continuamente.
Intercettando l’hashtag #FridayReads, per esempio, ha creato una piccola community di lettori italiani che ogni venerdì scambiano informazioni e pareri sui più svariati libri veicolando spontaneamnte il loro marchio.

2. Perché anche se non ci mette la faccia, come il Mart o il Brooklyn Museum, parla con voce umana. Non lo possiamo chiamare per nome, è vero, ma la Twitter-voice di Einaudi parla in prima persona e racconta di sè.

3. Perché ha saputo costruire una narrazione (e una conversazione) fatta di citazioni dai testi più disparati, ricordandoci come la grande letteratura sia in grado di rispondere ad ogni sollecitazione. Anche in 140 caratteri.

4. E infine, perché non ha tradito la sua immagine cartacea e ha saputo effettuare quella semplice operazione di traduzione da un medium a un altro che invece sembra impaludare moltissime realtà, soprattutto culturali.

Ah, dimenticavo. Io sto leggendo un arrabbiatissimo N. Lagioia in Riportando tutto a casa, Einaudi 2009. Splendido. Ne trovate una brevissima citazione sul mio tumblr.