Bologna: se bastasse solo un codice a barre a rianimare la comunicazione culturale

Non voglio fare la solita guastafeste quindi prima di gettare acqua acida su aiuole fiorite dirò questo:

Evviva! Da oggi è possibile girare dotati di smartphone dentro alcuni musei civici della città di Bologna e ricevere informazioni aggiuntive sulle opere esposte semplicemente fotografando strani labirinti pixelati altrimenti detti QR Code (sì, in Giappone lo fanno da almeno 5 anni. E allora? Ognuno ha i suoi tempi no?)

Bene. L’idea è di per sé lodevole, sempre che il QR Code sia nitido e ben esposto e che non provochi isterismi da frustrazione informatica come spesso ho provato tentando di utilizzare quelli stampati su leaflet, cartoline e riviste ormai abbagliate da questa rara occasione di link crossmediale.
Certo che… Siamo sicuri che ascoltare una voce automatica in stile messaggi Trenitalia che ti sciorina nomi, date e informazioni tecniche sia veramente fare engagement culturale? (Guardate il video e giudicate voi). Siamo sicuri che sia questo il modo di rendere vivo il passato, attivare connessioni, liberare l’immaginazione? Siamo sicuri che un quadratino bianco e nero e uno smartphone siano sufficienti a rendere la visita museale un’esperienza, se non appassionante, almeno piacevole? Non stiamo forse creando semplici sonniferi culturali ad alto tasso digitale?

La tecnologia è uno strumento e non un fine. Proviamo a scriverlo come incipit dei prossimi piani di marketing culturale.

Propositi: farsi un giro al museo archeologico, provare il QR Code e postare un nuovo articolo per smentire quanto appena scritto. Sarà la mia gita pasquale. F. non vedrà l’ora. 

#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Strutture eccentriche di detargettizzazione della società: il link e la metropolitana

Stazione metropolitana a Milano. Still dal film Happy Family di Gabriele Salvatores.

Difficilmente sparirà dalla mia memoria quella sensazione di ebbrezza e libertà provata cinque anni fa in una limpida giornata di settembre. Sulla banchina a cielo aperto della stazione metro di Piramide pensai: mi sento a casa, e nessuno provi a portarmi via.
Evidentemente mi sbagliavo. Dalla stazione blu di Piramide passai volontariamente a quella gialla di Brenta, ventosa e solitaria, fino a sostituirla definitivamente con dei noiosissimi autobus urbani di indubbia efficienza.
La metro mi manca (non quella romana a dirla tutta). Mi manca la biodiversità cittadina: dall’impiegato con ventiquattrore alla top model ventiquattro chili, dal rapper italian style allo studente universitario radical-cheap, dalla “signora bene” alla badante, dalla collana di perle e décolleté all’acconciatura fucsia con parure di piercing. La metro è indubbiamente uno degli ecosistemi più variegati della nostra società. Ecco perché ho provato un immenso piacere nel leggerla come oggetto di detargettizzazione nell’ultimo capitolo del breve ma pungente saggio di Remo Bassetti, Contro il target. Mezzo anticlassista in grado di collegare centro e periferia in tempi stretti, la metropolitana rappresenterebbe un elemento destabilizzante nella progettazione di campagne fortemente targettizzate, contenitore eccentrico e rizomatico di difficile controllo, contro il target appunto.

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Sinestesia della memoria: quando il museo diventa esperienza

Nuovi concept museali al festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia

Nuovi concept museali al festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia

A saperlo! Non avrei mai immaginato bastasse spostarsi a Reggio Emilia per trovare un concept museale innovativo, originale, intrigante, leggermente provocatorio, decisamente contemporaneo.

All’opening/happening di sabato 8 maggio a mezzanotte – L’amore ci dividerà: prove generali di un museo – di fronte a Palazzo San Francesco c’era un’intera città: giovani, giovanissimi, maturi, anziani, eleganti, casual, tiratissimi, alternativi. La molteplicità e la moltitudine di una città che resta sveglia per un’occasione che vale (e non è un casting del Grande Fratello).

Noi siamo fortunati e arriviamo a mezzanotte in punto, quando la fila è ancora accettabile.
Come nelle fiabe, i cancelli si aprono. Saliamo a passo di lumaca le scale in cemento di un palazzo in totale rifacimento. Le rampe sono tante. Il tempo di far crescere la curiosità e l’aspettativa : è già esperienza.

Poi arriviamo. Musica e luce ci avvolgono e le teche ci incuriosiscono. Sono quelle da reperti archeologici e naturalistici, ma dentro gli oggetti non sono quelli che ti aspetti: una miscellanea eclettica e post-moderna che comprende polpi in naftalina e fotografie d’arte contemporanea.
Proseguiamo tra corridoi, nicchie laterali, spazi aperti e vicoli ciechi. Troviamo dipinti crepuscolari, fotografie digitali, un Ligabue, sculture, immagini d’archivio, la ricostruzione di un salotto anni ’70 e un’arca di Noè: decine di animali imbalsamati che spuntano tra le teche e i corridoi di questo museo che verrà.

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Diesel video catalogue: guarda, balla e compra

Diesel. A Hundred Lovers

Diesel. A Hundred Lovers

Non amo il concept dell’onnipresente campagna Diesel Be Stupid. Devo ammettere però che la presentazione del catalogo Primavera Estate, un video interattivo che permette di visualizzare – e perché no, acquistare – i capi che indossano di volta in volta ragazzi danzanti, è un ottimo prodotto che sfrutta davvero le potenzialità della rete e del mixing media.

Lo potete vedere qui: www.diesel.com/ahundredlovers/

Il video mi è stato segnalato almeno dieci giorni fa, ma il poco tempo e la frammentazione cerebrale di questo periodo mi hanno immerso in un effetto delay. Che dire? Mi riprenderò.