Christian Boltanski e il suo archivio di cuori all’Hangar Bicocca

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I sette cieli celesti di Kiefer.

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I palazzi cieli celesti di Kiefer.

Eccolo. Lo aspetto da mesi e adesso ci siamo. L’Hangar Bicocca, enorme e affascinante spazio strappato alla morte industriale per una rinascita nell’arte contemporanea, riapre dopo una lunga chiusura al pubblico. Sotto la nuova direzione artistica di Chiara Bertola e con un approccio al networking che coinvolge il Grand Palais di Parigi e l’Armory di New York per la pianificazione di grandi mostre itineranti, ci regalerà da venerdì 25 giugno l’esposizione Personnes, di Christian Boltanski.

Già esposta a Parigi, l’installazione di dimensioni monumentali, in sintonia con quella permanente di Kiefer già presente all’Hangar, consiste in un cumulo di tonnellate di vestiti che vengono sparsi casualmente nello spazio espositivo da una gru. In contemporanea, diffuso per tutto lo spazio della navata, l’audio assordante dei 30000 battiti cardiaci raccolti dall’artista per il suo progetto di risonanza collettiva “les archives du coeur”.
Se le vostre menti sono volate verso il ben più moderato e ironico cumulo di stracci di un Pistoletto anni d’oro, riportatele a terra. Nella versione “post” di Boltanski, quella di tempi in piena celebrazione funebre di una modernità che fu, il pianto e il dolore soffocano l’ironia e gli straniamenti linguistici recuperando forse – ma devo assistere per darne giudizio – una dimensione epica e spirituale spesso rifiutata dalle avanguardie del secolo breve. La dimensione, appunto, di un grande funerale collettivo per un’umanità che se ne va.

Ecco: i to do dell’arte contemporanea si allungano – il MAXXI chiede ancora vendetta – mentre excentrica si addormenta sul divano alle 22.30 sognando pagine non lette dei suoi 12 libri in lista per essere svegliata poi dal senso di colpa nascosto nei fondi del caffè mattutino.

Buona giornata ai miei “cari 25 lettori”.

Frammenti modernisti: Rothko

Mark Rothko.

Mark Rothko.

Durante una conferenza tenuta al Pratt Institute di Brooklyn nel 1958, Rothko elenca gli imprescindibili della pittura.
Siamo andati oltre?

Una chiara consapevolezza della morte. Tutta l’arte è in rapporto con la morte.
Sensualità. Indispensabile per rappresentare il mondo concreto.
Tensione, ossia conflitti o desideri che nell’arte sono dominati nel momento stesso in cui si manifestano.
Ironia, un ingrediente moderno (i greci non ne avevano bisogno). Una forma di cancellazione di sé, e al tempo stesso di autoanalisi, con cui l’uomo può, almeno per un istante, sfuggire al proprio destino.
Arguzia, umorismo.
Qualche grammo di effimero e qualche grammo di casuale.
Un dieci per cento di speranza…Solo se ne avete bisogno; i greci non ne avevano.

Dipingo quadri di grandi dimensioni perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una transazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno.

La citazione è tratta dal testo di Alessandra Salvini (a cura di) Mark Rothko – Scritti, Abscondita, Milano, 2002.

Dal mappamondo a street (with a) view*

Una parata durante il passaggio della Google Car a Sampsonia Way, USA.

Una parata durante il passaggio della Google Car a Sampsonia Way, USA.

Ierisera, mentre guardavo F. saltare con un click da una foresta di abeti della Finlandia a una baia del Messico, fino al lungomare di un piccolo centro delle Canarie, la mia mente è tornata alle ore passate da piccola davanti a quell’oggetto ormai fuori dal tempo che è il mappamondo.

Acceso/spento, visione politica/visione fisica. Quanti paesi attraversa quel fiume? Che confini toccano quelle montagne? Quanto è grande il deserto? E i mari?
E poi, sopra tutto, più di ogni altra cosa: chiudi gli occhi, appoggia il dito indice della mano destra, fai scorrere il mappamondo sotto con la mano sinistra, aspetta che si fermi, guarda dove sei. Immagina.
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