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Minatori di Bagnada, inizio novecento. Immagine d'archivio dell'Eco Museo Minerario.

Quando ieri ho visto per la prima volta le immagini dei minatori intrappolati nella miniera di San Josè, in Cile, il mio cervello si è trasformato in una pallina da Flipper sputando fuori una serie di parole chiave inafferrabili: ottocento, reality, ingiustizia, web 2.0, indecenza, social, pieno, collettività, LED.

Se dovessi difficilmente comporle in un discorso di senso compiuto questo suonerebbe pressappoco così:

Difficile digerire come nel mondo del web 2.0, degli smartphone, della social advertising, dei tweets e dei check-in su Foursquare (pensa che emozione diventare Sindaco di una miniera!) possano circolare immagini del genere. Sembra che nulla sia cambiato dai minatori della fine dell’ottocento, quelli cantati nelle vecchie canzoni popolari (e vi consiglio di ascoltare Miniera nella struggente versione di Gianmaria Testa), tranne il fatto che adesso c’è qualcuno che può guardare i loro corpi, magari nella cornice piatta di una TV LED, inghiottiti tra le dichiarazioni di Bocchino e l’ennesima bravata in auto di un viziato Balotelli. Indecenze 2.0. Ingiustizie social(i) e strani anacronismi.

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Ombre atomiche. Foto d'archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki.

Ombre atomiche. Foto d'archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki.

A volte mi chiedo se il trauma storico della Seconda Guerra Mondiale, che ha accompagnato la mia vita studentesca fin dalla fine delle elementari, sia ancora vivo e condiviso nelle nuove generazioni di bambini studenti. Mi chiedo, per esempio, se anche loro tentano invano di immaginare cosa significhi trovarsi in mezzo all’esplosione della bomba atomica. Mi chiedo se provano lo stesso smarrimento nello sforzo, tutto infantile, di creare un ordine di grandezza delle atrocità – la bomba atomica è più o meno dell’olocausto? - fino ad arrendersi, stremati, all’impossibilità di firmare un elenco certo.
E chissà se la loro estate, come la mia di vent’anni fa, è scandita da letture engagées, libri da grandi portati tra secchiello e paletta, e mostrati con lo stesso orgoglio del primo bikini. Nell’iniziazione alla fase adulta, le atrocità della Seconda Guerra Mondiale sembravano stendersi sui nostri corpi come i tatuaggi da spiaggia, gli amati trasferelli barattati con quattro ghiaccioli alla menta.
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Ricordiamo, ovvero immaginiamo

Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz, agosto 1944.

Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz.

Questa foto, letteralmente strappata alla realtà infernale di Aushwitz nell’agosto 1944 da alcuni internati, arriverà insieme ad altre in modo rocambolesco alla resistenza ebraica polacca, nascosta all’interno di un tubetto di dentifricio e accompagnata da questo accorato appello:

Urgente. Inviate il più rapidamente possibile due rullini di pellicola in metallo per macchina fotografica 6×9. Possiamo fare foto. Inviamo foto di Birkenau che mostrano detenuti inviati alle camere a gas. Una foto rappresenta uno dei roghi all’aria aperta in cui si bruciano i cadaveri, poiché il crematorio non è grande abbastanza per poterli bruciare tutti. Davanti al rogo cadaveri che stanno per essere gettati. Un’altra foto riproduce un luogo nel bosco in cui i detenuti si spogliano, così credono, per farsi una doccia. A ruota saranno inviati nelle camere a gas. Inviate i rullini il prima possibile. Inviate subito le foto a Tell – pensiamo che foto ingrandite possano essere inviate più lontano.

Foto e testo tratti da Georges Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, Cortina, 2005.