Metropolitan + Google Goggles: altro che QR Code

Chi mi conosce lo sa, io e i QR Code non andiamo d’accordo. Per questo ho particolarmente apprezzato la partnership stretta tra il Metropolitan Museum di New York e Google Goggles – il video qui sopra mi sembra un ottimo modo per comuncarla –  che prevede la possibilità di raggiungere immediatamente le schede analitiche dell’intera collezione del museo dal proprio cellulare. Per chi non conosce l’app mi spiego meglio.
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Google One Pass – anche gli 01 si pagano!

Nella divertente lotta tra i due giganti d’oltreoceano quello che risulta chiaro è che l’era del gratis è decisamente finita.
L’annuncio di Google One Pass, servizio che permette agli editori di vendere i propri contenuti in abbonamento, arriva ad appena un giorno di distanza da quello di Apple sul cambio di regole all’interno dell’App Store, che prevede, appunto, la possibilità di fornire i contenuti in abbonamenti della durata variabile, con la stessa modalità di fatturazione delle App (la questione è assai più complessa, vi consiglio Webnews per approfondire). Polemiche. Apple dichiara di trattenere il 30% sulla vendita, esattamente come fa con le app. Rhapsody, servizio di streaming musicale, alza la testa e minaccia l’abbandono  (e chi vivrà vedrà). Google, secondo rumors, tratterebbe  invece il 10%, offrendo tra l’altro la possibilità di visualizzare i contenuti acquistati su ogni dispositivo (mobile, tablet, PC). Ahi ahi ahi. Sembra vantaggioso.
In ogni caso, quel che emerge con chiarezza, è l’indiscussa direzione pay della trasmissione di contenuti digitali.  Inizia così il declino dell’era gratuita, attraente ma anche piena d’insidie. Finita la spinta rivoluzionaria iniziale, l’offerta gratuita da parte degli editori su Internet (così come quello della TV del resto) è stata fin da subito uno specchietto per le allodole. Il modello di business unicamente pubblicitario, che salva sicuramente il nostro portafoglio, attinge a piene mani però alla qualità dei contenuti offerti. E non è tanto la questione di invasività dei formati tabellari – per quanto ultimamente “oltre la misura”, per riprendere un’espressione assai diffusa in questi giorni – quanto un abbrutimento dell’offerta alla disperata ricerca del click +1. Ne ho già parlato più volte (è una mia fissa, l’ammetto) quindi evito di tornare anche oggi sul fenomeno della “trasformazione pomeridiana della colonna destra”, ma credo che il corrispettivo in denaro, da parte dell’utente, sia lo strumento di scambio per ottenere un altro tipo di contenuti, nonché un primo passo verso la diminuzione dell’overload e dell’omologazione informativa, questioni delle quali, forse, dovremmo prima o poi cominciare ad occuparci.

Arcade Fire e Google: il videoclip diventa interattivo

Still dal video The Wilderness Downtown. Le strade sono quelle del quartiere La Rosa a Livorno, Excentrica's childhood home

Forse ha ragione Manovich, quando afferma: “oggi vediamo molte opere d’arte sicuramente interessanti e divertenti, ma niente è innovativo allo stesso modo in cui lo sono per esempio i laboratori di Google” (vedi mia intervista su Digimag).

Senza dimenticarci ovviamente le disponibilità economiche dei laboratori Google, molto lontane da quelle di artisti indipendenti in grado comunque di sviluppare progetti di assoluto interesse, dobbiamo riconoscere al colosso di Palo Alto un’effervescenza creativa assai rara non solo in altre aziende, ma anche in tanta parte dell’arte mainstream.
Il videoclip interattivo The Wilderness Downtown è a tutti gli effetti un’opera di Web Art, realizzata dalla band Arcade Fire (il 2 settembre a Bologna) con il regista Chris Milk e in collaborazione con i Google Creative Lab.
Inserendo, all’inizio, l’indirizzo della vostra casa d’infanzia (son dolori però se siete cresciuti in luoghi non battuti dalla Google Car), il video è in grado di elaborare le immagini Street View del vostro quartiere restituendole con effetti contrastati e bruciati tipici delle vecchie immagini archivio. Attraverso la scomposizione dello schermo con molteplici finestre che variano per forma e dimensione, le immagini vengono montate real time con quelle del girato di base, un ragazzo (ma potrebbe tranquillamente essere una ragazza) che corre in felpa, jeans e converse su una strada bagnata. I vostri luoghi d’infanzia s’intrecciano così nell’impianto narrativo che cambia continuamente creando immagini-memoria individuali e collettive al tempo stesso (unico neo: l’immaginario si mangia il ricordo e il rischio omologazione diventa alto!).
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Privacy o intimacy? Iterating my way into oblivion di Carlo Zanni

Nel teatro del web 2.0 la battaglia tra libertà e controllo delle identità digitali offre spesso punte di imperdibile ironia. Sulle condizioni della cosiddetta privacy dei nostri corpi virtuali si versano quintali di inchiostro che tentano invano una liberazione dal panottico fabbricasoldi delle Big Companies, Google e Facebook in testa. Spiati in nome della pubblicità – declinazione diafana e postmoderna delle più invasive e storiche schedature – perdiamo non solo quel diritto alla privacy così decantato in ogni sito UGC che si rispetti, ma forse, a brandelli di pixel, anche la nostra intimità, il nostro immaginario, la nostra forza creativa.

Ho letto la storia di questa perdita nella nuova opera di Carlo Zanni, artista – oltreché amico – tra i più sottili e seduttivi nel campo dei media digitali. Da anni il suo Data Cinema rielabora la grammatica filmica per espanderla attraverso l’uso di Internet (e non si dica il moribondo web), in grado di produrre narrazioni aperte che variano senza alterare la struttura originaria. In questo caso, il testo dei Termini di Youtube, pronunciato da un lettore automatico, muta all’interno del film contemporaneamente ad ogni nuova release pubblicata sul sito.

Iterating my way into oblivion è forse il suo film più strettamente narrativo, più claustrofobico, e allo stesso tempo più concettuale. Una lente poetica per vedere l’invisibile vortice del mare in cui dolcemente navighiamo.

Per conoscere meglio l’opera di Carlo Zanni, questo il suo aggiornatissimo sito internet: www.zanni.org.

Per chi è interessato, due miei articoli pubblicati sul mensile Digimag.

Il tempo delle immagini
L’informazione è il nuovo colore. Intervista