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	<title>Sull&#039;urgenza della cultura e la necessità di comunicarla. &#187; fotografia</title>
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	<description>blog personale di Giulia Simi</description>
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		<title>Muybridge: alla Tate Modern la prima grande retrospettiva</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 08:33:05 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1036" class="wp-caption alignnone" style="width: 550px"><img class="size-full wp-image-1036" title="muybridge_horse_particolare" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/09/muybridge_horse_particolare.jpg" alt="" width="540" height="300" /><p class="wp-caption-text">Eadweard Muybridge, The horse in motion, particolare.</p></div>
<p>E&#8217; il biennio 1877-78. Mentre il fotografo <strong>Eadweard Muybridge</strong> realizza e stampa la sua serie fotografica <em>The horse in motion</em>, scomponendo il movimento continuo dell&#8217;animale in singole istantanee, <strong>Monet</strong> presenta alla <strong>Terza Esposizione degli Impressionisti</strong> 7 dei suoi 12 dipinti sulla <strong><a href="http://www.musee-orsay.fr/it/collezioni/opere-commentate/cerca.html?no_cache=1&amp;zoom=1&amp;tx_damzoom_pi1[showUid]=4023" target="_blank">Gare Saint Lazare</a></strong>, elevando coraggiosamente a soggetto pittorico uno spazio urbano simbolo della <em>tecnovita</em> moderna e affermando l&#8217;interesse per la serialità.</p>
<p>La <strong>tecnologia</strong> entra nella pratica artistica in sordina, compiendo una frattura sotterranea che ormai scorre ben visibile in superficie. Ma accade anche il contrario:  <strong>Muybridge</strong>, per esempio, era solito intervenire in una <em>post-produzione </em>ante litteram sulle sue fotografie, tagliandole e incollandole insieme, ricolorandole. Il <em>cut&amp;paste</em> abitava la sua mente ben prima della <strong>digital culture</strong>.</p>
<p>Epoca manierista la nostra, facciamocene una ragione.</p>
<p>I ogni caso, a partire da ieri, potete vedere le opere pioneristiche di <strong>Muybridge</strong> nella più grande retrospettiva che gli sia mai stata dedicata. Dove? alla <strong>Tate Modern</strong>, fino al 16 gennaio (ma se resistete fino al 30 settembre trovate anche l&#8217;annunciatissima <em>Gauguin: maker of Mith</em>)</p>
<p>Tutte le informazioni le trovate <a href="http://www.tate.org.uk/about/pressoffice/pressreleases/2009/20461.htm" target="_blank">qui</a>.</p>
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		<title>Ferragosto bolognese</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 12:59:45 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_871" class="wp-caption alignnone" style="width: 644px"><img class="size-full wp-image-871 " title="bologna" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/08/bologna.png" alt="L'immagine è di Simone Sacchi, pubblicata su Flickr con copyright reserved. Mi scuso in anticipo per questo &quot;furto&quot; per una giusta causa." width="634" height="319" /><p class="wp-caption-text">Piazza Santo Stefano. L&#39;immagine è di Simone Sacchi, su Flickr.</p></div>
<p>Ci contiamo sulle dita di una zampa di gallina. Siamo i sopravvissuti all&#8217;apocalisse cittadina di Ferragosto; quella che spazza via corpi e lascia solo spazi, ingoia vetrine ed esibisce edifici.<br />
Ode assoluta al vuoto, alla lentezza, al silenzio. Benedetta oggi da un eccentrico vento e da un azzurro coraggioso.</p>
<p>Bologna si ricorda il suo rosso e lo mostra sfacciata ad occhi assenti. Oggi, forse, la sento più mia.</p>
<p>Buon Ferragosto a chi è rimasto. Malgrado tutto.</p>
<p>PS:  per l&#8217;utilizzo &#8211; ammetto, indebito &#8211; della bella fotografia qui sopra mi scuso in anticipo. Inserisco però molto volentieri il link all&#8217;album <a href="http://www.flickr.com/photos/simosacchi/sets/72157616706660882/with/3437397497/" target="_blank">Bologna di Simone Sacchi</a> su Flickr.</p>
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		<title>Dai trasferelli alla bomba atomica: Nagasaki a 10 anni</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 15:41:02 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_847" class="wp-caption alignnone" style="width: 506px"><img class="size-full wp-image-847" title="bomba_atomica_archivio" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/08/bomba_atomica_archivio.png" alt="Ombre atomiche. Foto d'archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki." width="496" height="318" /><p class="wp-caption-text">Ombre atomiche. Foto d&#39;archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki.</p></div>
<p>A volte mi chiedo se il trauma storico della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>, che ha accompagnato la mia vita studentesca fin dalla fine delle elementari, sia ancora vivo e condiviso nelle nuove generazioni di bambini studenti. Mi chiedo, per esempio, se anche loro tentano invano di immaginare cosa significhi trovarsi in mezzo all&#8217;esplosione della bomba atomica. Mi chiedo se provano lo stesso smarrimento nello sforzo, tutto infantile, di creare un ordine di grandezza delle atrocità &#8211; <em>la bomba atomica è più o meno dell&#8217;olocausto? </em>- fino ad arrendersi, stremati, all&#8217;impossibilità di firmare un elenco certo.<br />
E chissà se la loro estate, come la mia di vent&#8217;anni fa, è scandita da letture <em>engagées</em>, libri da grandi portati tra secchiello e paletta, e mostrati con lo stesso orgoglio del primo bikini. Nell&#8217;iniziazione alla fase adulta, le atrocità della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong> sembravano stendersi sui nostri corpi come i tatuaggi da spiaggia, gli amati <em>trasferelli</em> barattati con quattro ghiaccioli alla menta.<br />
<span id="more-846"></span> Ecco, Il<strong> 9 agosto</strong> di vent&#8217;anni fa la mia mente sarebbe andata almeno qualche secondo all&#8217;ultima, indicibile, bomba, quel fungo di luce e di polvere che trasformò improvvisamente i <em>buoni</em> in <em>cattivi, </em>distruggendo per sempre l&#8217;<em>happy end</em>.</p>
<p>Quando, qualche mese più tardi, vidi in diretta le palle di fuoco sopra <strong>Baghdad</strong>, non credetti alla loro &#8220;intelligenza&#8221; né alla &#8220;giusta causa&#8221;. Avevo undici anni, leggevo <strong>Cioè</strong> e ascoltavo i <strong>Guns &#8216;N Roses</strong>, ma alla TV vendevo cara la pelle. Il trauma della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong> mi aveva salvato.</p>
<p>L&#8217;immagine pubblicata, conservata al museo della bomba atomica di <strong>Nagasaki</strong>, documenta le <em>ombre</em> di una scala e di una figura umana, letteralmente impresse sul muro di un&#8217;abitazione al passaggio della bomba. Oltre a costituire un impressionante documento storico e iconografico, l&#8217;immagine contiene una forza simbolica che spinge a un discorso sulla teoria e la storia della fotografia. Consiglio per questo la lettura dell&#8217;affascinante <em>L&#8217;istante e la sua ombra</em>, di <strong>Jean-Christophe Bailly</strong>, ed. Bruno Mondadori.</p>
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		<title>New York City Polaroid Project</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 07:38:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_694" class="wp-caption alignnone" style="width: 612px"><img class="size-full wp-image-694" title="nypp" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/03/nypp.png" alt="New York City Polaroid Project" width="602" height="245" /><p class="wp-caption-text">New York City Polaroid Project</p></div>
<p>E&#8217; sempre una questione di <em><strong>blend</strong></em>.<br />
Prendi gli ingredienti giusti e mixali insieme sapientemente: otterrai il piatto perfetto, il film indimenticabile, la stretegia marketing ottimale.<br />
Ecco quello che ha fatto il fotografo <a href="http://www.andrewfaris.com/" target="_blank">Andrew Faris</a>, con il suo <a href="http://www.nycpp.com/" target="_blank">New York City Polaroid Project</a>.</p>
<p>Solo tre ingredienti: la città di New York, la serialità, il gusto retrò della polaroid.</p>
<p>Letale.</p>
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		<title>La bellezza è un diritto politico</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 09:08:17 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_645" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-645" title="botto_bruno1" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/03/botto_bruno1.jpg" alt="Botto &amp; Bruno, Just for one day IV, 2004. Credit: MART " width="500" height="576" /><p class="wp-caption-text">Botto &amp; Bruno, Just for one day IV, 2004. Credit: MART </p></div>
<p>In questi giorni di intenso lavoro ho scritto poco ma sognato molto.<br />
E così è tornato il mio sogno ricorrente, quello di abitare nella periferia semi industriale di una grande città, simile a quelle meravigliosamente messe in scena dalla coppia di artisti torinesi <strong>Botto &amp; Bruno</strong>.</p>
<p><strong>Excentrica</strong>. La periferia è un&#8217;attrazione e una repulsione che attraversa tutta la mia vita. Ma che significa?<br />
Nella sua accezione più comune, periferia significa serialità, desolazione, squallore, abbandono.<br />
Significa emarginazione sociale, spazi abitati da chi ha perso, o mai ha avuto, il diritto alla bellezza. Siamo sicuri che sia solo un lusso, un accessorio, un ornamento della nostra esistenza?</p>
<p>Non è forse, il diritto alla bellezza, una componente fondamentale per la nostra lotta politica, come l&#8217;uguaglianza, la &#8220;fratellanza&#8221;, la libertà?</p>
<p>Ma un dubbio mi assale: sappiamo riconoscerla? O finiamo per chiamare bellezza quello che bellezza non è?</p>
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		<title>Assenza/Presenza</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 07:33:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Difficile trovare parole all&#8217;apnea che si può provare nell&#8217;osservare quest&#8217;immagine, dialogo impossibile ma reale tra una madre scomparsa ...<a href="http://www.excentrica.it/assenzapresenza" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_451" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-451" title="autoritratto" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/02/autoritratto.jpg" alt="Autoritratto. Galleria Alessandro De March, Milano  © Moira Ricci" width="400" height="421" /><p class="wp-caption-text">Autoritratto. Galleria Alessandro De March, Milano  © Moira Ricci</p></div>
<p>Difficile trovare parole all&#8217;apnea che si può provare nell&#8217;osservare quest&#8217;immagine, dialogo impossibile ma reale tra una madre scomparsa e una figlia rimasta.</p>
<p>Se l&#8217;assenza è vuoto privo di forma, l&#8217;amore è immagine desiderante e piena, che richiede presenza.<br />
Atto necessario che non concede compromessi. E il digitale fa il resto.</p>
<p>Moira Ricci è artista che si muove tra video, fotografia e installazioni. Ha creato la serie fotografica <strong>20.12.53 &#8211; 10.08.04</strong> poco dopo la morte della madre, nel 2004, proseguendola fino al 2009. Il suo lavoro, complesso e ricco di riferimenti teorici, ha fortissime radici autobiografiche e spinte oniriche.</p>
<p>L&#8217;ho intervistata<a href="http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1723" target="_blank"> nel numero 52 di Digimag, </a>appena uscito.</p>
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		<title>Ricordiamo, ovvero immaginiamo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 08:36:22 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_440" class="wp-caption alignnone" style="width: 275px"><img class="size-full wp-image-440 " title="anonimo_sonderkommando" src="http://www.excentrica.it/main/wp-content/uploads/2010/01/anonimo_sonderkommando.jpg" alt="Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz, agosto 1944." width="265" height="340" /><p class="wp-caption-text">Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz.</p></div>
<p>Questa foto, letteralmente strappata alla realtà infernale di <strong>Aushwitz</strong> nell&#8217;<strong>agosto 1944</strong> da alcuni internati, arriverà insieme ad altre in modo rocambolesco alla resistenza ebraica polacca, nascosta all&#8217;interno di un tubetto di dentifricio e accompagnata da questo accorato appello:</p>
<p><em>Urgente. Inviate il più rapidamente possibile due rullini di pellicola in metallo per macchina fotografica 6&#215;9. </em><strong><em>Possiamo fare foto.</em></strong><em> Inviamo foto di Birkenau che mostrano detenuti inviati alle camere a gas. Una foto rappresenta uno dei roghi all&#8217;aria aperta in cui si bruciano i cadaveri, poiché il crematorio non è grande abbastanza per poterli bruciare tutti. Davanti al rogo cadaveri che stanno per essere gettati. Un&#8217;altra foto riproduce un luogo nel bosco in cui i detenuti si spogliano, così credono, per farsi una doccia. A ruota saranno inviati nelle camere a gas. </em><strong><em>Inviate i rullini il prima possibile</em></strong><em>. Inviate subito le foto a Tell &#8211; pensiamo che foto ingrandite possano essere inviate più lontano.</em></p>
<p>Foto e testo tratti da Georges Didi-Huberman, <em><strong>Immagini malgrado tutto</strong></em>, Cortina, 2005.</p>
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