Tag Archive: fotografia


Ferragosto bolognese

L'immagine è di Simone Sacchi, pubblicata su Flickr con copyright reserved. Mi scuso in anticipo per questo "furto" per una giusta causa.

Piazza Santo Stefano. L'immagine è di Simone Sacchi, su Flickr.

Ci contiamo sulle dita di una zampa di gallina. Siamo i sopravvissuti all’apocalisse cittadina di Ferragosto; quella che spazza via corpi e lascia solo spazi, ingoia vetrine ed esibisce edifici.
Ode assoluta al vuoto, alla lentezza, al silenzio. Benedetta oggi da un eccentrico vento e da un azzurro coraggioso.

Bologna si ricorda il suo rosso e lo mostra sfacciata ad occhi assenti. Oggi, forse, la sento più mia.

Buon Ferragosto a chi è rimasto. Malgrado tutto.

PS:  per l’utilizzo – ammetto, indebito – della bella fotografia qui sopra mi scuso in anticipo. Inserisco però molto volentieri il link all’album Bologna di Simone Sacchi su Flickr.

Ombre atomiche. Foto d'archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki.

Ombre atomiche. Foto d'archivio, conservata al museo della bomba atomica di Nagasaki.

A volte mi chiedo se il trauma storico della Seconda Guerra Mondiale, che ha accompagnato la mia vita studentesca fin dalla fine delle elementari, sia ancora vivo e condiviso nelle nuove generazioni di bambini studenti. Mi chiedo, per esempio, se anche loro tentano invano di immaginare cosa significhi trovarsi in mezzo all’esplosione della bomba atomica. Mi chiedo se provano lo stesso smarrimento nello sforzo, tutto infantile, di creare un ordine di grandezza delle atrocità – la bomba atomica è più o meno dell’olocausto? - fino ad arrendersi, stremati, all’impossibilità di firmare un elenco certo.
E chissà se la loro estate, come la mia di vent’anni fa, è scandita da letture engagées, libri da grandi portati tra secchiello e paletta, e mostrati con lo stesso orgoglio del primo bikini. Nell’iniziazione alla fase adulta, le atrocità della Seconda Guerra Mondiale sembravano stendersi sui nostri corpi come i tatuaggi da spiaggia, gli amati trasferelli barattati con quattro ghiaccioli alla menta.
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New York City Polaroid Project

New York City Polaroid Project

New York City Polaroid Project

E’ sempre una questione di blend.
Prendi gli ingredienti giusti e mixali insieme sapientemente: otterrai il piatto perfetto, il film indimenticabile, la stretegia marketing ottimale.
Ecco quello che ha fatto il fotografo Andrew Faris, con il suo New York City Polaroid Project.

Solo tre ingredienti: la città di New York, la serialità, il gusto retrò della polaroid.

Letale.

La bellezza è un diritto politico

Botto & Bruno, Just for one day IV, 2004. Credit: MART

Botto & Bruno, Just for one day IV, 2004. Credit: MART

In questi giorni di intenso lavoro ho scritto poco ma sognato molto.
E così è tornato il mio sogno ricorrente, quello di abitare nella periferia semi industriale di una grande città, simile a quelle meravigliosamente messe in scena dalla coppia di artisti torinesi Botto & Bruno.

Excentrica. La periferia è un’attrazione e una repulsione che attraversa tutta la mia vita. Ma che significa?
Nella sua accezione più comune, periferia significa serialità, desolazione, squallore, abbandono.
Significa emarginazione sociale, spazi abitati da chi ha perso, o mai ha avuto, il diritto alla bellezza. Siamo sicuri che sia solo un lusso, un accessorio, un ornamento della nostra esistenza?

Non è forse, il diritto alla bellezza, una componente fondamentale per la nostra lotta politica, come l’uguaglianza, la “fratellanza”, la libertà?

Ma un dubbio mi assale: sappiamo riconoscerla? O finiamo per chiamare bellezza quello che bellezza non è?

Assenza/Presenza

Autoritratto. Galleria Alessandro De March, Milano  © Moira Ricci

Autoritratto. Galleria Alessandro De March, Milano © Moira Ricci

Difficile trovare parole all’apnea che si può provare nell’osservare quest’immagine, dialogo impossibile ma reale tra una madre scomparsa e una figlia rimasta.

Se l’assenza è vuoto privo di forma, l’amore è immagine desiderante e piena, che richiede presenza.
Atto necessario che non concede compromessi. E il digitale fa il resto.

Moira Ricci è artista che si muove tra video, fotografia e installazioni. Ha creato la serie fotografica 20.12.53 – 10.08.04 poco dopo la morte della madre, nel 2004, proseguendola fino al 2009. Il suo lavoro, complesso e ricco di riferimenti teorici, ha fortissime radici autobiografiche e spinte oniriche.

L’ho intervistata nel numero 52 di Digimag, appena uscito.

Ricordiamo, ovvero immaginiamo

Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz, agosto 1944.

Anonimo, parte del sonderkommando del campo di Aushwitz.

Questa foto, letteralmente strappata alla realtà infernale di Aushwitz nell’agosto 1944 da alcuni internati, arriverà insieme ad altre in modo rocambolesco alla resistenza ebraica polacca, nascosta all’interno di un tubetto di dentifricio e accompagnata da questo accorato appello:

Urgente. Inviate il più rapidamente possibile due rullini di pellicola in metallo per macchina fotografica 6×9. Possiamo fare foto. Inviamo foto di Birkenau che mostrano detenuti inviati alle camere a gas. Una foto rappresenta uno dei roghi all’aria aperta in cui si bruciano i cadaveri, poiché il crematorio non è grande abbastanza per poterli bruciare tutti. Davanti al rogo cadaveri che stanno per essere gettati. Un’altra foto riproduce un luogo nel bosco in cui i detenuti si spogliano, così credono, per farsi una doccia. A ruota saranno inviati nelle camere a gas. Inviate i rullini il prima possibile. Inviate subito le foto a Tell – pensiamo che foto ingrandite possano essere inviate più lontano.

Foto e testo tratti da Georges Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, Cortina, 2005.

Quella è una bottiglia di latte

steichen_1915

Milk bottles: spring, New York, 1915

Nel 1915 Edward Steichen fotografò una bottiglia di latte sulla scala antincendio di una casa popolare, e diede uno dei primi esempi di una nozione totalmente differente della bella fotografia.
E a partire dagli anni venti, i professionisti più ambiziosi, quelli che arrivavano ai musei con le loro opere, hanno continuato a staccarsi dai soggetti lirici, esplorando consapevolmente materiali insignificanti, pacchiani o addirittura insulsi.

Susan Sontag, Sulla Fotografia, 1973