Emergenze: se solo Ruby avesse incontrato Simone

Simone De Beauvoir, Kharima el Mahroug.

Ho pensato parecchio se scrivere o meno qualcosa al riguardo della triste e mortificante situazione in cui questo paese si trova. Mi sono chiesta se fossi in dovere, curando uno spazio pubblico online, per quanto circoscritto, di parlare da donna e per le donne, inserendomi in un animato dibattito che ruota attorno all’emergenza sessista che questo governo ci pone.

Non mi sono data una risposta. Devo dire però che non mi riconosco nell’appello accorato rivolto alle donne dal direttore dell’Unità, che ci apostrofa di essere silenziose, ignorando la mai rassegnata attività di molte, giovani e meno giovani, che nelle associazioni, nei centri culturali, negli spazi online e offline si battono ogni giorno contro la cultura sessista che anima il nostro paese e di cui il presidente del consiglio è solo la manifestazione più bieca e volgare. Davvero ci meravigliamo di festini a luci rosse, quando pubblicità come questa sono all’ordine del giorno? Non credo neanche, e non sono la sola, di dover scendere in piazza a gridare “Non sono una puttana”.
A questo stiamo? A tale livello devo abbassarmi per dimostrare il mio dissenso? Ma soprattutto, varrebbe davvero a qualcosa? Non sarebbe piuttosto più utile dar voce continua, proprio dal palcoscenico mediatico, a quella cultura delle donne che impedisce a me e a moltissime altre di renderci ricattabili dal potere? Quella cultura che ha reso molte di noi allergiche allo sguardo e alle definizioni patriarcali? Quella cultura che ha dato forma al nostro immaginario, santo protettore della nostra più intima libertà? Non sarebbe meglio dedicare una rubrica periodica (quotidiana, settimanale, mensile) al pensiero e alla vita di donne intelligenti, libere, appassionate, perché siano loro, e non la tronista di turno, i modelli su cui costruire il nostro percorso e il nostro vivere?

Se solo Ruby avesse potuto leggere Simone De Beauvoir…

A margine: oggi, vedendo un servizio su una delle manifestazioni FIOM a Padova – ma poteva essere benissimo un’altra città, non sarebbe cambiato nulla! – ho sentito un coro di operai di mezza età gridare come slogan di protesta “Una ruby anche per noi“. Ieri sera, invece, nell’ultimo servizio di Diego Bianchi a Parla con me, ho ascoltato incredula un operaio di Mirafiori affermare “Se ci danno anche a noi le nipotine di Mubarak, sai la produzione come aumenta”.
Ben riconosco la vena ironica, ma mi permetto di dire: siamo sicure che sia la popolazione femminile la metà del paese che dobbiamo risvegliare dal torpore?

Di performance e di scultura: alla ricerca del corpo perduto alla prossima edizione di Art First a Bologna

Marina Abramovic reinterpeta una sua celebre performance, Lips of Thomas, del 1975

Nel paese postribolo (cit.) dove ormai, senza alcun dubbio, viviamo, tutti hanno perso un corpo.
Lo hanno perso le donne, che potrebbero ritrovarlo in formato “bocconcini per spezzatino” accanto al vitellone razza piemontese sui banchi dell’Esselunga; lo hanno perso gli uomini, che per scovarlo potrebbero forse indirizzarsi nei recessi del loro organo genitale, che come un buco nero sembra essersi inghiottito tutto il resto. Lo hanno perso anche le parole, diventate abiti prêt-à-porter da indossare per ogni occasione. Comode, inconsistenti, inesistenti. Riescono ad abitare con facilità persino le fauci della Santanché. Vi pare poco?

Ecco perché, nonostante il mio amore per l’arte senza impronta dei mezzi elettronici e digitali, sono contenta che siano proprio performance e scultura, corpo e materia, le grandi chiavi d’accesso della prossima edizione di Art First ormai alle porte – 29 gennaio-27 febbraio. Sarà forse utile ripercorrere allora, con Marina Abramovic, alcune storiche performance che hanno reso visibile – non senza disgusto, fastidio, dolore, orrore –  la violenza con cui il potere segna e marca i nostri corpi. Così come sarà utile osservare il corpo imprigionato da abiti scomodi, difficili, ingombranti come quelli disegnati e cuciti da SISSI, giovane artista bolognese che l’11 febbraio terrà all’Archiginnasio la sua lezione di Anatomia Parallela. Altrettanto ingombrante  l’opera di Anna Galtarossa, Totem, mostro gigantesco fatto di bigodini, calze a rete, paillettes, pon pon e centinaia di microggetti domestici e femminili in grado di sprigionare relazioni potenti e quasi divine. E poi Vires, gli esercizi di potere dell’artista Maria José Arjona sempre all’Archiginnasio, a cui si aggiunge HABITO/abito, performance visibile solo il 29 gennaio dalle 18 alle 24. Ecco, giusto per ricordarci che ancora esistono corpi femminili interi, pensanti, immaginifici e creatori. E quelli maschili? La curatrice Julia Draganovic espone Roberto Paci Dalò ai musei universitari di via Zamboni, che affianca anche una performance digitale visibile il 29 gennaio, il famoso scultore Antony Gormley e il giovane duo Ghost of a Dream, ma anche Marco Giovani e il visionario EricailCane, catalogatore di un bestiario contemporaneo. E mi fermo qui, perché il tempo stringe e gli artisti sono tanti. Mi sarebbe piaciuto potervi dire: scaricatevi l’applicazione mobile per poter scoprire da soli, camminando, i numerosi itinerari possibili tra scultura, installazione e performance nel centro bolognese. Avrei voluto, già, ma non posso. Non solo infatti non esiste alcune applicazione mobile, ma il sito web della manifestazone, identico allo scorso anno per sciatteria e/o mancanza di budget, conosce poco il termine usabilità e rende assai difficile reperire le informazioni. Peccato. Vorrà dire allora che la scoperta sarà casuale ma non per questo, speriamo, meno piacevole.

Nel frattempo, ovunquemente, riprendetevi i vostri corpi e le vostre parole.

Al GGDCamp di Bologna gli antidoti contro la paura della Rete

Dibattito dopo l'intervento di Giusy Aloe al GGDCamp di Bologna. Foto Credit: Alex Vitale su Flickr

Ieri era una di quelle mattine in cui il solo pensiero di uscire di casa ti provoca una paralisi multipla dalla punta dei piedi fino all’ultimo ricciolo dei capelli. Un mix letale di malesseri indistinti guidati da un mal di gola più determinato di Churchill rendevano la mia separazione dal divano indicibilmente insopportabile. Ma…
Al GGDCamp non avevo alcuna intenzione di rinunciare e – sperando di non aver infettato l’intera sala dell’Urban Center di Bologna – sono andata ad ascoltare i numerosi ed interessantissimi interventi che si sono susseguiti dalla tarda mattinata fino alla sera sotto la perfetta organizzazione del GGDBologna Team. L’intero camp, per chi ieri non si trovava da quelle parti, è visionabile qui. Senza fare alcuna classifica di merito, segnalo:

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Cambiare Idea: il pensiero magico di Zadie Smith.

Zadie Smith, Cambiare Idea.

Non ho mai letto, purtroppo, un romanzo di Zadie Smith, ma, grazie al Festival della Letteratura appena concluso, mi sono imbattuta nella sua recente raccolta di saggi, pubblicata da Minimum Fax con la traduzione di Martina Testa.

Il titolo, Cambiare Idea, mi attrae come una calamita, così entro nella prima libreria che incontro e lo acquisto senza indugio. Quando arriva l’autobus per riportarmi a casa sono già alla fine del primo saggio. Sentirsi del mestiere, come afferma l’autrice nella premessa, è la revisione di una sua conferenza tenuta alla Columbia University di New York nel 2008 – l’invidia non è mai troppa! – sul tema “Parlare di qualche aspetto del proprio mestiere”. Credo che le 15 pagine di questo microsaggio sulle pratica della scrittura valgano l’intero libro. Non solo per i consigli preziosi per aspiranti scrittori o per gli amanti e studiosi della letteratura, ma perché la messa a nudo di questo rapporto così intenso e conflittuale con il proprio romanzo appare come una splendida e calzante metafora del nostro rapporto con la pratica quotidiana della costruzione di sé.
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Il Leone d’Oro a Somewhere di Sofia Coppola: It’s about politica!

Somewhere, di Sofia Coppola. Leone d'Oro per la 67esima edizione della mostra del cinema di Venezia.

Prima di tutto, una premessa. Impopolare ma sincera. Excentrica non ama Tarantino. Non c’è proprio modo. I loro mondi non vanno d’accordo. E’ una questione fisica, un inspiegabile fastidio che l’attraversa in molte scene dei suoi film. Lo stesso che ha provato quando ieri, dal palco del Palazzo del Cinema di Lido, ha enunciato i criteri di premiazione della giuria da lui presieduta, dicendo: “It’s about cinema. Politica? (in italiano) chi se ne frega. L’ultima frase è in realtà una mia traduzione, perché il buon Tarantino vestito da iena ha solo fatto il classico gesto della mano che da sotto il mento si spinge fuori. Brutto gesto il suo. Gesto che accompagna questa pericolosa concezione dell’arte e della politica come mondi separati, dove la bellezza ha un valore estetizzante e sembra perdere radici ben più profonde, etiche, politiche. Non bisogna parlare di politica per fare della politica, qualcuno lo dica al caro Quentin. E qualcuno gli dica che, a dispetto di tutto, anche Somewhere, il film che lui ha premiato tra numerose polemiche, è un film politico.

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Elogio della leggerezza #2: accetta l’incoerenza

La celebre scena delle converse nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette.

La celebre scena delle converse nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette.

Nel lungo e faticosissimo viaggio verso la leggerezza Excentrica ha messo in valigia questo fotogramma.

Grazie Sofia.

Cercasi donne libere e senza palle, grazie!

Carla Lonzi, Ritratto.

Carla Lonzi, Ritratto.

La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. *

Excentrica è femminista e non ha alcun problema a dirlo. Ci tiene però a sottolineare che essere femminista in Occidente nel 2010 non significa bruciare reggiseni – evitare di comprarli mi sembra una soluzione migliore anche in ottica economica – non depilarsi e rinunciare al rossetto. Essere femminista significa riconoscere che c’è ancora molto da fare prima che l’uomo smetta di plasmare il mondo a sua unica immagine e somiglianza e che la donna ne sappia vedere i mille e ingannevoli aspetti. 

Perché Cinzia – il cui cognome sembra un optional nelle cronache dei nostri giornali – o Patrizia D’Addario, o tutte le altre donne che hanno tentato di appoggiarsi al potere maschile per ottenere un posto nel mondo, non sentono in questo un’umiliazione senza fine? Un soffocamento della loro identità, una catena ai loro piedi, un burqa invisibile ma altrettanto coercitivo, infilato volontariamente sui propri corpi?

E perché molte ragazze delle nuove generazioni sembrano quasi aver paura nel pronunciare il termine femminismo e non s’indignano invece per la continua rappresentazione dei propri corpi come pezzi di carne nelle vetrine dei macellai? E perché, ancora, molte di loro si definiscono “con le palle” senza provare alcun disagio?

AAA: cercasi donne libere. Possibilmente senza palle. grazie.

* Carla Lonzi, Manifesto di Rivolta Femminile, 1970.