Intel Museum of me: data visualization in salsa espositiva.

Occupandoci qui spesso di cultura e comunicazione, capita di segnalare campagne o iniziative marketing di realtà culturali, per lo più musei,  che si distinguono per innovazione, freschezza, qualità narrativa.

Capita, anche se non così spesso, perché solitamente i musei e le realtà culturali in generale faticano a investire in comunicazione per mancanza di budget, sicuramente, e per mancanza di cultura del marketing, soprattutto se digitale.
Peccato. Perché l’estetica e la narrazione museale evidentemente avrebbe presa facile. Lo dimostra la nuova campagna Intel, Museum of Me , che attingendo al trend del data visualization e al narcisismo evergreen che non delude mai, ha creato un’applicazione in cui la nostra Facebook Story si declina in un white cube che espone fotografia, video, testi della nostra identità virtuale. Sfruttando i topos visuali dell’esposizione contemporanea e una colonna sonora con retrogusto amarcord, l’effetto empatico è assicurato.

Sono certa però che alcuni musei, all’avanguardia nella narrazione espositiva, saprebbero sicuramente fare di meglio.

Cultura e Social Network: un corso di formazione

Sempre nella mia forzata assenza di questo periodo, continuo con piccole incursioni di servizio che spero comunque possano essere utili a chi saltuariamente passa di qui.

Oggi vi segnalo con estremo piacere un corso di formazione, organizzato dalla Fondazione ATER di Modena su Cultura, Web e Social Network. Non devo certo essere io a dirvi con quale urgenza ci sia bisogno, da parte di chi lavora nel campo dei beni culturali, di abbracciare la cultura e le pratiche della Rete per favorire un più ampio accesso a musei e centri espositivi.

Il corso ha una durata di 150 ore ed è diviso in quattro moduli (Elementi di comunicazione e marketing – Il web per gli enti culturali – La Comminity web – I social network), con un project work finale. Tra gli insegnanti professionisti validissimi su cui garantisco totalmente, tra cui Alessandro Bollo – fondatore della fondazione Fitzcarraldo di Torino – Michele D’Alena – docente del laboratorio di marketing territoriale all’Università di Bologna nonché fondatore di TagBoLabLinda Serra e Cecilia Pedroni – consulenti in comunicazione digitale, blogger e fondatrici del GGD Bologna – e infine Gianluca Diegoli, che credo non abbia bisogno di presentazioni ma che comunque trovate qui.

Il bando è scaricabile qui e il termine ultimo per presentare domanda è venerdì 27.

Studiate, studiate, studiate.

Spring/Summer collection – gli appuntamenti culturali di fine maggio

Sommersa dall’onda anomala lavorativa, Excentrica annaspa nella vita atomica e si prende una piccola pausa da quella pixelata. Intanto però vi segnala qualche appuntamento imminente e stimolante a Bologna e dintorni nei prossimi giorni:

- Una giornata di studi sulla salvaguardia delle memorie virtuali, organizzata dall’ICOM al Museo della Musica di Bologna. Trovate sul sito delle GGDBologna l’intervista a una delle organizzatrici (19 maggio): www.girlgeekdinnersbologna.com

- L’Opening della nuova mostra del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina a Firenze dal titolo Identità Virtuali (19 maggio): http://www.strozzina.org/identitavirtuali/

- La personale del duo di giovani e brillanti artisti bolognesi PetriPaselli alla nuova galleria OltreDimore a Bologna (in corso fino al 18 giugno): www.oltredimore.it

- Il Festival dell’Arte Contemporanea a Faenza (20-22 maggio): www.festivalartecontemporanea.it

- Il convegno internazionale di studi sulle nuove frontiere dell’audiovisivo organizzato dal dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna (24 e 25 maggio): www.mediamutations.org

- L’inaugurazione della personale di Rosa Barba al MART di Rovereto (28 maggio): www.mart.trento.it

Troppa carne al fuoco? A chi lo dite…

Enjoy Postmodern Condition

Artribune mi piace. Ecco perché.

Insomma, mi sono tenuta in bozza questo post per un po’ di giorni, giusto il tempo per osservare bene questo nuovo progetto editoriale che porta il nome di Artribune e che – sono sicura – conoscete già. E se lo conoscete già saprete anche che è nato dalle ceneri ancora calde di Exibart, storico magazine che lo scorso marzo ha fatto fuori in un colpo direttore editoriale, direttore responsabile e parte significativa della redazione (leggete qui).

Ora, il caro vecchio Exibart è stato sicuramente per molti un punto fisso per l’informazione sull’arte contemporanea italiana. Un database ricchissimo, un aggiornamento continuo e puntuale, dei buoni servizi di newsletter e alert via mail. Certo non si poteva dire la stessa cosa per il layout e le funzionalità del portale: caotico, inusabile, persino brutto – sì, diciamolo senza remore e senza tanti giri di parole – cosa evidentemente bizzarra per un portale dedicato all’arte visiva.

Non solo. Nonostante prevedesse da tempo la possibilità di iscriversi e creare un profilo utente, non ha mai realmente tentato di sfruttare la leadership indiscussa che aveva creando una seria community di addetti ai lavori (di cui non mi stancherò mai di sottolineare la necessità e l’urgenza). Tutta colpa della sciatteria, quella magica parolina che è da sola sufficiente a descrivere gran parte dei mali italiani.
Non tutti però vengono per nuocere.
E così, mentre Exibart si avvia alla lenta agonia riservata agli sciatti (e chissà se dovremmo aspettarci un restyling tardivo in stile MySpace), un gruppo fresco di idee e molto determinato mette su un ambizioso progetto. E questo progetto mi piace.

Perché?

- Perché anche l’occhio vuole la sua parte (specialmente se si parla di arte)

- Perché presenta rubriche che oltrepassano l’arte visiva e parlano di libri, cinema, design, riconoscendo nello scambio e nella relazione tra arti e discipline la vera essenza della contemporaneità.
- Perché ha un ottimo copywriting e sa mettersi in discussione senza falsa modestia: se vi siete iscritti alle newsletter  avrete forse letto questo incipit “La newsletter di Artribune è ancora qualcosa di provvisorio. Nell’attesa che vada a regime prendetela per quel che è: bruttina, ma imprescindibile. E fate abbonare i vostri amici.” Bravi. 1000 punti.
- Perché ha la forza per essere trasparente e scardina il galateo ingessato dell’adsales con un po’ di ironia: ci presenta i propri numeri in una news, e chiede sfacciatamente ai ricchi Big-Spender (galleristi in primis) di pianificare sui loro spazi.

- Perché sono solo all’inizio ma sono agguerriti, grintosi, competenti. E di questi tempi è fenomeno raro.

Bene. Insieme a Linkiesta, di cui avevo parlato qui, è a mio parere il progetto editoriale on web* migliore degli ultimi mesi in Italia. La cultura contemporanea ne aveva bisogno. A questo punto non ci rimane che aiutarli a crescere.

* per la precisione, come Exibart, Artribune ha una versione cartacea che immagino sarà il format per gli approfondimenti. Il numero zero dovrebbe essere distribuito in occasione della Fiera di Roma.

Bologna: se bastasse solo un codice a barre a rianimare la comunicazione culturale

Non voglio fare la solita guastafeste quindi prima di gettare acqua acida su aiuole fiorite dirò questo:

Evviva! Da oggi è possibile girare dotati di smartphone dentro alcuni musei civici della città di Bologna e ricevere informazioni aggiuntive sulle opere esposte semplicemente fotografando strani labirinti pixelati altrimenti detti QR Code (sì, in Giappone lo fanno da almeno 5 anni. E allora? Ognuno ha i suoi tempi no?)

Bene. L’idea è di per sé lodevole, sempre che il QR Code sia nitido e ben esposto e che non provochi isterismi da frustrazione informatica come spesso ho provato tentando di utilizzare quelli stampati su leaflet, cartoline e riviste ormai abbagliate da questa rara occasione di link crossmediale.
Certo che… Siamo sicuri che ascoltare una voce automatica in stile messaggi Trenitalia che ti sciorina nomi, date e informazioni tecniche sia veramente fare engagement culturale? (Guardate il video e giudicate voi). Siamo sicuri che sia questo il modo di rendere vivo il passato, attivare connessioni, liberare l’immaginazione? Siamo sicuri che un quadratino bianco e nero e uno smartphone siano sufficienti a rendere la visita museale un’esperienza, se non appassionante, almeno piacevole? Non stiamo forse creando semplici sonniferi culturali ad alto tasso digitale?

La tecnologia è uno strumento e non un fine. Proviamo a scriverlo come incipit dei prossimi piani di marketing culturale.

Propositi: farsi un giro al museo archeologico, provare il QR Code e postare un nuovo articolo per smentire quanto appena scritto. Sarà la mia gita pasquale. F. non vedrà l’ora. 

Italia Reloaded. Ovvero: la liberazione della cultura dal patrimonio alla creatività

Quali sono le possibili soluzioni per liberarsi finalmente di questa concezione sepolcrale e «zombesca» della cultura italiana?
Innanzitutto – sembra banale, ma è comunque un buon punto di partenza –  comportarsi come quando in una stanza c’è puzza di chiuso: spalancare le finestre, far entrare aria e luce, ritornare alla vita.

Semplici ma sagge parole quelle che scrivono Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro nel capitolo conclusivo del loro libello sulla situazione della cultura in Italia: sferzante, provocatorio, 1% di buonismo, 99 % di lucidità. L’Italia è un morto che cammina. L’Italia non ha ancora capito che chiudere il proprio archivio artistico e storico sotto teca non è esattamente fare cultura, ma semmai tenere in ordine e pulita la tomba di famiglia. L’Italia non riesce a superare quella dicotomia tra fruizione e produzione che – guarda un po’ –  la cultura della Rete ha ben compreso. Magari proprio da lì potremmo imparare a ricodificare il termine «cultura» inserendolo al crocevia di altri termini chiave come esperienza, formazione, creatività, relazione, apprendimento, discussione, dialogo, innovazione.

Si può quindi uscire dalla gabbia del patrimonio e della salvaguardia dei cosiddetti beni culturali? Si possono aprire le teche polverose del nostro passato e farle vivere come memoria attiva e produttiva? Si può pensare che un giorno i residenti riprenderanno possesso di una città come Venezia e che anche le città «senza arte» saranno in grado di diventare centri culturali attivi per abitanti e visitatori di passaggio? E infine, si può ridefinire il marketing territoriale e liberarci della dittatura dell’audience? O meglio, si può pensare che i nostri presunti consumatori culturali non siano altro che dei prosumer, esattamente come dei buoni cittadini del web 2.0?

Il testo è edito da Il Mulino – collana Contemporanea – al prezzo pop di 13.50. Consigliato in pendant con un apparente OT che è Contro il Target di Remo Bassetti e l’intramontabile lezione sulla Leggerezza di Italo Calvino, con le cui parole per oggi vi lascio:

In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.

Bene. Uccidiamo Medusa.

Photo Credit: Fra_Cor

Fiera del Libro dei Ragazzi: paperless storytelling?

Mostra illustratori alla fiera del libro dei ragazzi 2011. La foto, anche stavolta, è mia (eh sì, ci ho preso gusto!)

Anticipata quest’anno dal TOC di Tim O’ Reilly – leggetevi il report di F. Dardi su Apogeonline – l’edizione 2011 della Bologna Children’s Book Fair sembra attraversata dallo spettro di quella presunta rivoluzione dell’editoria digitale in grado di oscurare tanti posti al sole conquistati negli anni. La temutissima fine del libro è una paura che fiacca le ginocchia e impedisce l’azione. Risultato: nessuno presenta prodotti per tablet tranne poche eccezioni (tra cui gli “only-digital” Touchy Books, Nosy Crow). La carta è ancora più che totalizzante e se non fosse per qualche incontro dove compare timidamente il termine App ci dimenticheremmo di essere nella Digital Era, complice l’assenza di wifi libero nell’area espositiva (uno spazio che, lo ricordiamo, è aperto rigorosamente ai professionisti del settore).

Bene. Ne prendiamo atto e andiamo avanti, convinti che il futuro dell’oggetto libro stia nella capacità di investire sui sensi irraggiungibili (per adesso) dall’immagine di sintesi, in particolare il tatto. La materia sarà quindi, a mio parere, parola chiave fondamentale per chi – giustamente – non vuole abbandonare un oggetto dalla storia secolare.
Tutto il resto è content. E se è vero che la separazione tra forma e contenuto è una vecchia dicotomia che non ci piace, se consideriamo ancora valido l’amato concept il medium è messaggio, allora siamo pronti a capire che anche il contenuto sta per subire la sua trasformazione. Il linguaggio dovrà infatti obbligatoriamente adattarsi ai nuovi dispositivi abbandonando alcune caratteristiche e conquistandone altre. Probabilmente il racconto orale tornerà in primo piano, probabilmente le storie narrate e illustrate dai professionisti del settore verranno integrate, ampliate, magari “sporcate” da genitori e parenti con un po’ di fantasia.

Quand’ero piccola mio padre mi raccontava delle storie registrandole sul quel supporto ormai vintage che è l’audiocassetta. Mi piace immaginare che adesso avrebbe usato un tablet, magari mischiando la sua voce ad illustrazioni acquistabili singolarmente o in pacchetti tematici pubblicati da qualche editore illuminato e consapevole del potere del DIY Storytelling. Mi piace immaginarlo, convinta che l’immaginazione sia l’unica lingua con cui pronunciare il futuro. Immaginazione al potere! Così gridavano quei giovani che adesso si aggirano nei corridoi di palazzo stanchi e appesantiti da anni di conformismo. Bene. Ricordiamogli** lo spirito rivoluzionario scomparso tra i nodi delle loro cravatte e recuperiamo quello slogan, in politica come nel marketing (*). L’immaginazione al mercato!


*:  e qui intendo marketing nell’unica accezione possibile ben illustrata ieri da Valeria Maltoni durante l’interessante serata organizzata da Gianluca Diegoli, Alessandra Farabegoli e GGD  Bologna: marketing è tutto ciò che fa un’azienda per raggiungere lo scopo per la quale è nata, ovvero vendere il proprio prodotto, attraverso la passione e la comprensione delle esigenze del mercato. Sante parole.

**: tengo a precisare che sono consapevole dell’errore grammaticale ma sono una grande fautrice dello snellimento della lingua, soprattutto quando questo favorisce ritmica e suoni.

Ringraziamenti: prima di tutto E.P., che mi ha permesso di entrare anche se quest’anno ero sprovvista di pass; ma anche A.G., dalla quale ho ricevuto lo splendido annuario degli illustratori con dedica. Ringrazio anche tutte le vecchie e nuove conoscenze con cui ho scambiato piacevoli chiacchiere, dai “piccoli” editori Becco Giallo, Orecchio Acerbo, Corraini, ad amici e concittadini che non vedevo da più di dieci anni. Ringrazio anche chi, prima e dopo, mi ha permesso di conoscere e frequentare uno degli spazi più interessanti e stimolanti dell’editoria in Italia. Arrivederci al 2012.