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Nel teatro del web 2.0 la battaglia tra libertà e controllo delle identità digitali offre spesso punte di imperdibile ironia. Sulle condizioni della cosiddetta privacy dei nostri corpi virtuali si versano quintali di inchiostro che tentano invano una liberazione dal panottico fabbricasoldi delle Big Companies, Google e Facebook in testa. Spiati in nome della pubblicità – declinazione diafana e postmoderna delle più invasive e storiche schedature – perdiamo non solo quel diritto alla privacy così decantato in ogni sito UGC che si rispetti, ma forse, a brandelli di pixel, anche la nostra intimità, il nostro immaginario, la nostra forza creativa.

Ho letto la storia di questa perdita nella nuova opera di Carlo Zanni, artista – oltreché amico – tra i più sottili e seduttivi nel campo dei media digitali. Da anni il suo Data Cinema rielabora la grammatica filmica per espanderla attraverso l’uso di Internet (e non si dica il moribondo web), in grado di produrre narrazioni aperte che variano senza alterare la struttura originaria. In questo caso, il testo dei Termini di Youtube, pronunciato da un lettore automatico, muta all’interno del film contemporaneamente ad ogni nuova release pubblicata sul sito.

Iterating my way into oblivion è forse il suo film più strettamente narrativo, più claustrofobico, e allo stesso tempo più concettuale. Una lente poetica per vedere l’invisibile vortice del mare in cui dolcemente navighiamo.

Per conoscere meglio l’opera di Carlo Zanni, questo il suo aggiornatissimo sito internet: www.zanni.org.

Per chi è interessato, due miei articoli pubblicati sul mensile Digimag.

Il tempo delle immagini
L’informazione è il nuovo colore. Intervista

Difficile definire non convenzionale una campagna così convenzionalmente muscolare come quella per lanciare l’ultima chicca stalloniana, The Expendables (I mercenari), in uscita oggi nelle sale oltreoceano e a breve in quelle italiane.

La declinazione social non si è fatta mancare niente. In un vettore sempre più teso che tenta in ogni modo di annullare la differenza tra contenuti editoriali e ads, lo storytelling di The Expendables lo troviamo su Twitter, Facebook, Foursquare, in un movimentato takeover su Youtube e nell’immancabile viral, un fake fan-trailer che fa appello agli ultimi brandelli di machismo per una “call to arms” a colpi di botteghino contro l’iperglicemico e tutto femminile Eat, Pray, Love (Mangia, Prega, Ama) di Julia Roberts, in uscita lo stesso giorno. Una simulazione UGC che al grido di “riprendiamoci ciò che ci spetta” si conclude con una chiamata all’azione di intenso machismo con tanto di minaccia finale: “Se [The Expendables] perde contro Eat, Pray, Love? Non meriti più di essere un uomo“.

Cercando di non dimenticare la dimensione autoironica (è ironico vero? non ci sono dubbi su questo?), preferirei comunque vedere applicato cotanto mix non convenzionale per la comunicazione di contenuti meno… come dire… convenzionali.

Delle molteplici declinazioni della campagna si è parlato molto su numerosi spazi specialistici. Segnalo Mashable per la presenza in Foursquare, Digital Buzz per il takeover di Youtube, l’italiano Ninja Marketing per il trailer.

La celebre scena delle converse nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette.

La celebre scena delle converse nel film di Sofia Coppola Marie Antoinette.

Nel lungo e faticosissimo viaggio verso la leggerezza Excentrica ha messo in valigia questo fotogramma.

Grazie Sofia.

Marherita Buy in Happy Family

Margherita Buy in Happy Family

… Questo film è dedicato a chi ha paura.

“Ecco. E’ per me”, ha pensato Excentrica alla fine del prologo di Happy Family in un affollatissimo Odeon di via Mascarella a Bologna.
Non dev’essere stata l’unica. Quale essere pensante non ha paura? Certo, lei forse ha un pizzico più paura degli altri: paura degli insetti prima di tutto, paura dei film horror, thriller, persino noir di tanto in tanto, paura di perdere l’autobus, il treno, l’aereo e le occasioni della vita, paura di sbagliare, cadere, anche solo vacillare, paura dei tuffi di testa (ma che bello quando ci riesce!), paura delle meduse e degli arrivi inattesi, paura dei cavi aggrovigliati e della caffettiera troppo piena, paura del buio.
Paura di tutto, ma non dell’amore. Ecco perché, in fondo, tra lei e Ezio, un fantastico De Luigi che scrive e non vive, la differenza è netta.
Ma la scintilla è scattata lo stesso, per un film che taglia e cuce lo storytelling con l’amore che solo un inventore di storie può avere. Senza inganni, senza falsa seduzione, Salvatores ci apre una porta e ce la fa attraversare continuamente: dentro/fuori, fuori/dentro.
Il narrare è anche questo: uscire e entrare in mondi paralleli e connessi, dove realtà e immaginazione si mischiano, dove la metamorfosi è continua e meravigliosa, ma soprattutto è in mano a noi, che come una tessitrice costruiamo di giorno in giorno la trama della nostra vita.

In breve: Sei personaggi in cerca d’autore nella versione tardo moderna di una Milano borghese, estiva e decisamente suggestiva.

Consigliatissimo.

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

“Ci troviamo costantemente di fronte a cose che non comprendiamo. Non capiamo bene neppure noi stessi! Il compito di un artista è affrontare la mancanza di comprensione e i misteri ricorrenti. E credere negli effetti positivi del mistero e della possibilità di comunicare.
Quello artistico è eminentemente un lavoro solitario. Anche se hai un buon cameraman, o un ottimo tecnico del montaggio, o attori eccellenti, nel realizzare una pellicola sei comunque solo. Ho avuto attori fantastici – Sandrine Bonnaire era magnifica in Senza tetto né legge – ma il film, nella sua struttura, il montaggio, dipendevano completamente dalle mie decisioni. Non è questione di “io, io io”. Semplicemente, ciò che condividi con lo spettatore non può passare attraverso più di una persona.

Arte e cinema sono temi individuali. ”

Agnès Varda intervistata da Hans Ulrich Obrist in Interviste, volume 1, Edizioni Charta, Milano, 2003.

Ecco cosa accade se un brand come Absolut lascia carte blanche a un regista come Spike Jonze.

Moon: searching for long-range comms

Excentrica lo ha visto, nonostante le ottuse mappe geomentali della distribuzione cinematografica lo abbiano fatto uscire in solo sei sale su tutto il territorio italiano.

Lo consiglia vivamente a chi ha voglia di riconciliarsi con una buona fantascienza che rinuncia ad acrobazie iperrealistiche e abbraccia invece visioni rarefatte, ritmi incalzanti, atmosfere claustrofobiche e corpi fin troppo umani.

Per chi ama le copie e se ne fotte dell’originale. Per chi spera ancora nei virus e nei cortocircuiti.