Christian Boltanski e il suo archivio di cuori all’Hangar Bicocca

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I sette cieli celesti di Kiefer.

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I palazzi cieli celesti di Kiefer.

Eccolo. Lo aspetto da mesi e adesso ci siamo. L’Hangar Bicocca, enorme e affascinante spazio strappato alla morte industriale per una rinascita nell’arte contemporanea, riapre dopo una lunga chiusura al pubblico. Sotto la nuova direzione artistica di Chiara Bertola e con un approccio al networking che coinvolge il Grand Palais di Parigi e l’Armory di New York per la pianificazione di grandi mostre itineranti, ci regalerà da venerdì 25 giugno l’esposizione Personnes, di Christian Boltanski.

Già esposta a Parigi, l’installazione di dimensioni monumentali, in sintonia con quella permanente di Kiefer già presente all’Hangar, consiste in un cumulo di tonnellate di vestiti che vengono sparsi casualmente nello spazio espositivo da una gru. In contemporanea, diffuso per tutto lo spazio della navata, l’audio assordante dei 30000 battiti cardiaci raccolti dall’artista per il suo progetto di risonanza collettiva “les archives du coeur”.
Se le vostre menti sono volate verso il ben più moderato e ironico cumulo di stracci di un Pistoletto anni d’oro, riportatele a terra. Nella versione “post” di Boltanski, quella di tempi in piena celebrazione funebre di una modernità che fu, il pianto e il dolore soffocano l’ironia e gli straniamenti linguistici recuperando forse – ma devo assistere per darne giudizio – una dimensione epica e spirituale spesso rifiutata dalle avanguardie del secolo breve. La dimensione, appunto, di un grande funerale collettivo per un’umanità che se ne va.

Ecco: i to do dell’arte contemporanea si allungano – il MAXXI chiede ancora vendetta – mentre excentrica si addormenta sul divano alle 22.30 sognando pagine non lette dei suoi 12 libri in lista per essere svegliata poi dal senso di colpa nascosto nei fondi del caffè mattutino.

Buona giornata ai miei “cari 25 lettori”.

Mona Hatoum: con gli occhi di Alice

Mona Hatoum. Greater Divide (2002)

Mona Hatoum. Greater Divide (2002)

Bisogna essere nel paese delle meraviglie per meravigliarsi. E bisogna meravigliarsi perché le cose possano cambiare.

Afferma Chiara Bertola, a proposito delle sculture giganti di utensili da cucina dell’artista palestinese Mona Hatoum: “preferisco vederli con gli occhi di Alice nel paese delle meraviglie, che come l’artista sa usare uno strumento sottile ed efficace come l’ironia: uno strumento seduttivo che posto all’origine potenzia la comunicazione. Preferisco vedere il lato visionario e leggere lo stupore dell’artista, ogni volta che incontra un oggetto da cucina, come quello di una donna nomade, instabile, poco domestica e contemporanea, che in cucina non riconosce più né cose né funzioni.”

Continue Reading →