Strutture eccentriche di detargettizzazione della società: il link e la metropolitana

Stazione metropolitana a Milano. Still dal film Happy Family di Gabriele Salvatores.

Difficilmente sparirà dalla mia memoria quella sensazione di ebbrezza e libertà provata cinque anni fa in una limpida giornata di settembre. Sulla banchina a cielo aperto della stazione metro di Piramide pensai: mi sento a casa, e nessuno provi a portarmi via.
Evidentemente mi sbagliavo. Dalla stazione blu di Piramide passai volontariamente a quella gialla di Brenta, ventosa e solitaria, fino a sostituirla definitivamente con dei noiosissimi autobus urbani di indubbia efficienza.
La metro mi manca (non quella romana a dirla tutta). Mi manca la biodiversità cittadina: dall’impiegato con ventiquattrore alla top model ventiquattro chili, dal rapper italian style allo studente universitario radical-cheap, dalla “signora bene” alla badante, dalla collana di perle e décolleté all’acconciatura fucsia con parure di piercing. La metro è indubbiamente uno degli ecosistemi più variegati della nostra società. Ecco perché ho provato un immenso piacere nel leggerla come oggetto di detargettizzazione nell’ultimo capitolo del breve ma pungente saggio di Remo Bassetti, Contro il target. Mezzo anticlassista in grado di collegare centro e periferia in tempi stretti, la metropolitana rappresenterebbe un elemento destabilizzante nella progettazione di campagne fortemente targettizzate, contenitore eccentrico e rizomatico di difficile controllo, contro il target appunto.

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Internet: amico o nemico?

Anacronismi. Sala concerti abbandonata a Detroit.

Poco tempo e troppo caldo. Excentrica si arrende alla ragnatela estiva e cerca la concentrazione attraverso l’immobilità, la solitudine, la distanza dalla incandescente tastiera. A questo proposito segnala un interessante articolo di Marco Mancassola, apparso su Il Manifesto due mesi fa e interamente leggibile sul blog dell’autore. Le sue parole danno voce agli attacchi di tachicardia, ansia diffusa, nausea da overload informativo che assalgono lei e – ne è sicura –  tutti coloro che operano nelle professioni della chiacchierata new economy.
E così, invece di leggere i feed rimasti nel suo Google Reader, Excentrica accende la radio e ritrova se stessa in un salutare anacronismo mediatico. Buona lettura.

IN FUGA DALLA RETE. GLI AMBIGUI VANTAGGI DELL’ETERNA PRESENZA

“C’è da dubitare che uno scrittore con una connessione internet al suo posto di lavoro stia scrivendo un buon libro.” Quando poche settimane fa il quotidiano The Guardian chiese ad alcuni scrittori di fama internazionale di compilare un decalogo con i loro consigli di scrittura, il romanziere americano Jonathan Franzen inserì nel suo decalogo questa norma a difesa della concentrazione. Qualunque scrittore sa quanto sia strategica la battaglia per la concentrazione e in questa battaglia, semplicemente, la rete sta dalla parte del nemico. La rete è informazione, certo, possibilità di eseguire in breve tempo ricerche, di recuperare dati o anche solo di consultare un dizionario online. Ma la rete è soprattutto distrazione. Finestre di chat che sbocciano sullo schermo come fiori di una pianta carnivora, raffiche di email che interrompono il lavoro. Un problema che non solo gli scrittori conoscono bene.

Continua a leggere sul blog di Marco Mancassola.

La foto è tratta dalla raccolta The ruins of Detroit, di Yves Marchand & Romain Meffre.

Privacy o intimacy? Iterating my way into oblivion di Carlo Zanni

Nel teatro del web 2.0 la battaglia tra libertà e controllo delle identità digitali offre spesso punte di imperdibile ironia. Sulle condizioni della cosiddetta privacy dei nostri corpi virtuali si versano quintali di inchiostro che tentano invano una liberazione dal panottico fabbricasoldi delle Big Companies, Google e Facebook in testa. Spiati in nome della pubblicità – declinazione diafana e postmoderna delle più invasive e storiche schedature – perdiamo non solo quel diritto alla privacy così decantato in ogni sito UGC che si rispetti, ma forse, a brandelli di pixel, anche la nostra intimità, il nostro immaginario, la nostra forza creativa.

Ho letto la storia di questa perdita nella nuova opera di Carlo Zanni, artista – oltreché amico – tra i più sottili e seduttivi nel campo dei media digitali. Da anni il suo Data Cinema rielabora la grammatica filmica per espanderla attraverso l’uso di Internet (e non si dica il moribondo web), in grado di produrre narrazioni aperte che variano senza alterare la struttura originaria. In questo caso, il testo dei Termini di Youtube, pronunciato da un lettore automatico, muta all’interno del film contemporaneamente ad ogni nuova release pubblicata sul sito.

Iterating my way into oblivion è forse il suo film più strettamente narrativo, più claustrofobico, e allo stesso tempo più concettuale. Una lente poetica per vedere l’invisibile vortice del mare in cui dolcemente navighiamo.

Per conoscere meglio l’opera di Carlo Zanni, questo il suo aggiornatissimo sito internet: www.zanni.org.

Per chi è interessato, due miei articoli pubblicati sul mensile Digimag.

Il tempo delle immagini
L’informazione è il nuovo colore. Intervista

Rileggere Pasolini #1: La poesia della tradizione

François Truffaut. Jules et Jim - fotogramma. 1962

François Truffaut. Jules et Jim - fotogramma. 1962

Mi sono chiesta più e più volte – e sono sicura di non essere l’unica – come l’effervescenza degli anni ’60 e ’70 si sia potuta spegnere fino ai giorni nostri senza apparenti traumi, senza segni tangibili. Mi sono chiesta – e di nuovo non credo di essere l’unica – quale incantesimo abbia trasformato quella fantasiosa generazione in lotta contro ogni autoritarismo, nella classe dirigente asfittica e decisamente autoritaria che occupa con rara grettezza gli attuali luoghi del potere.
Non credendo agli incantesimi, ho trovato una parziale risposta in questa splendida poesia pasoliniana pubblicata nel 1971 e ascoltata stasera grazie ad una bella iniziativa nel parco archelogico di Marzabotto. La posto interamente dopo il continua.
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Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

E’ il 3 di agosto. La maggior parte dei blog che seguo, per passione, per lavoro, per simpatia, è chiuso per ferie. Le città si svuotano e i lidi si affollano. Il caldo ottenebra le menti e fiacca la scrittura. Ma, se la leggenda vuole che Fred Vargas (a proposito, è appena uscita una graphic novel con Adamsberg protagonista!) abbia scritto i suoi primi romanzi nelle sue tre settimane di vacanza ad agosto, significa che il mese delle cicale può regalare, in sordina e con indolenza estiva, grandi soddisfazioni.

Ed è così che, dopo più di un mese di afasia, riprendo a tenere il mio intermittente, incoerente, rizomatico diario, infarcito di arte, comunicazione, nuove tecnologie e pizzichi di personalissima visione del mondo. Inutile cercare un filo conduttore, non l’ho trovato neanch’io, né tra i pixel né tra gli atomi. Colpa mia o colpa della nebbia dei tempi, ma tant’è.

Che cosa ho fatto in questo mese di assenza? Molto, forse moltissimo, ma se devo compiere un unico prelievo e trascriverlo qui, sarà l’esperienza tattile e visiva della sala dedicata a Penone e alle sue Sculture di Linfa, parte della collezione permanente del MAXXI di Roma. Lei, da sola, vale la visita e la mia sparizione.

“Lo strumento del toccare sono le mani, l’epidermide delle mani. I centri sensori del nostro corpo sono soprattutto sulla superficie, non all’interno. Il nostro corpo è fatto di parti molli e parti dure. La scatola cranica si adatta alla forma che protegge. L’osso del cranio è materia plastica per il cervello che lo costruisce, lo adatta alla sua forma. Il cervello aderisce al cranio, sul quale registra le sue pulsioni ma non è in grado di leggere la superficie che tocca. Per capire e avere coscienza della forma della superficie interna al cranio occorre toccarla con le mani, vederla con gli occhi.”

Le parole di Giuseppe Penone sono tratte dal testo di Georges Didi-Huberman, Su Penone, Electa – Pesci Rossi, 2008.

Frammenti modernisti: Rothko

Mark Rothko.

Mark Rothko.

Durante una conferenza tenuta al Pratt Institute di Brooklyn nel 1958, Rothko elenca gli imprescindibili della pittura.
Siamo andati oltre?

Una chiara consapevolezza della morte. Tutta l’arte è in rapporto con la morte.
Sensualità. Indispensabile per rappresentare il mondo concreto.
Tensione, ossia conflitti o desideri che nell’arte sono dominati nel momento stesso in cui si manifestano.
Ironia, un ingrediente moderno (i greci non ne avevano bisogno). Una forma di cancellazione di sé, e al tempo stesso di autoanalisi, con cui l’uomo può, almeno per un istante, sfuggire al proprio destino.
Arguzia, umorismo.
Qualche grammo di effimero e qualche grammo di casuale.
Un dieci per cento di speranza…Solo se ne avete bisogno; i greci non ne avevano.

Dipingo quadri di grandi dimensioni perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una transazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno.

La citazione è tratta dal testo di Alessandra Salvini (a cura di) Mark Rothko – Scritti, Abscondita, Milano, 2002.

Agnès Varda: il mistero ricorrente

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

“Ci troviamo costantemente di fronte a cose che non comprendiamo. Non capiamo bene neppure noi stessi! Il compito di un artista è affrontare la mancanza di comprensione e i misteri ricorrenti. E credere negli effetti positivi del mistero e della possibilità di comunicare.
Quello artistico è eminentemente un lavoro solitario. Anche se hai un buon cameraman, o un ottimo tecnico del montaggio, o attori eccellenti, nel realizzare una pellicola sei comunque solo. Ho avuto attori fantastici – Sandrine Bonnaire era magnifica in Senza tetto né legge – ma il film, nella sua struttura, il montaggio, dipendevano completamente dalle mie decisioni. Non è questione di “io, io io”. Semplicemente, ciò che condividi con lo spettatore non può passare attraverso più di una persona.

Arte e cinema sono temi individuali. ”

Agnès Varda intervistata da Hans Ulrich Obrist in Interviste, volume 1, Edizioni Charta, Milano, 2003.