#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Anacronismi: le immagini dei minatori del Cile dentro le nostre TV LED

Minatori di Bagnada, inizio novecento. Immagine d'archivio dell'Eco Museo Minerario.

Quando ieri ho visto per la prima volta le immagini dei minatori intrappolati nella miniera di San Josè, in Cile, il mio cervello si è trasformato in una pallina da Flipper sputando fuori una serie di parole chiave inafferrabili: ottocento, reality, ingiustizia, web 2.0, indecenza, social, pieno, collettività, LED.

Se dovessi difficilmente comporle in un discorso di senso compiuto questo suonerebbe pressappoco così:

Difficile digerire come nel mondo del web 2.0, degli smartphone, della social advertising, dei tweets e dei check-in su Foursquare (pensa che emozione diventare Sindaco di una miniera!) possano circolare immagini del genere. Sembra che nulla sia cambiato dai minatori della fine dell’ottocento, quelli cantati nelle vecchie canzoni popolari (e vi consiglio di ascoltare Miniera nella struggente versione di Gianmaria Testa), tranne il fatto che adesso c’è qualcuno che può guardare i loro corpi, magari nella cornice piatta di una TV LED, inghiottiti tra le dichiarazioni di Bocchino e l’ennesima bravata in auto di un viziato Balotelli. Indecenze 2.0. Ingiustizie social(i) e strani anacronismi.

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Privacy o intimacy? Iterating my way into oblivion di Carlo Zanni

Nel teatro del web 2.0 la battaglia tra libertà e controllo delle identità digitali offre spesso punte di imperdibile ironia. Sulle condizioni della cosiddetta privacy dei nostri corpi virtuali si versano quintali di inchiostro che tentano invano una liberazione dal panottico fabbricasoldi delle Big Companies, Google e Facebook in testa. Spiati in nome della pubblicità – declinazione diafana e postmoderna delle più invasive e storiche schedature – perdiamo non solo quel diritto alla privacy così decantato in ogni sito UGC che si rispetti, ma forse, a brandelli di pixel, anche la nostra intimità, il nostro immaginario, la nostra forza creativa.

Ho letto la storia di questa perdita nella nuova opera di Carlo Zanni, artista – oltreché amico – tra i più sottili e seduttivi nel campo dei media digitali. Da anni il suo Data Cinema rielabora la grammatica filmica per espanderla attraverso l’uso di Internet (e non si dica il moribondo web), in grado di produrre narrazioni aperte che variano senza alterare la struttura originaria. In questo caso, il testo dei Termini di Youtube, pronunciato da un lettore automatico, muta all’interno del film contemporaneamente ad ogni nuova release pubblicata sul sito.

Iterating my way into oblivion è forse il suo film più strettamente narrativo, più claustrofobico, e allo stesso tempo più concettuale. Una lente poetica per vedere l’invisibile vortice del mare in cui dolcemente navighiamo.

Per conoscere meglio l’opera di Carlo Zanni, questo il suo aggiornatissimo sito internet: www.zanni.org.

Per chi è interessato, due miei articoli pubblicati sul mensile Digimag.

Il tempo delle immagini
L’informazione è il nuovo colore. Intervista

Rinascite urbane: big bang big boom by Blu

La nuova animazione video in stop motion di Blu. Prendetevi un tè e dieci minuti di tempo. Buona visione.

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Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

E’ il 3 di agosto. La maggior parte dei blog che seguo, per passione, per lavoro, per simpatia, è chiuso per ferie. Le città si svuotano e i lidi si affollano. Il caldo ottenebra le menti e fiacca la scrittura. Ma, se la leggenda vuole che Fred Vargas (a proposito, è appena uscita una graphic novel con Adamsberg protagonista!) abbia scritto i suoi primi romanzi nelle sue tre settimane di vacanza ad agosto, significa che il mese delle cicale può regalare, in sordina e con indolenza estiva, grandi soddisfazioni.

Ed è così che, dopo più di un mese di afasia, riprendo a tenere il mio intermittente, incoerente, rizomatico diario, infarcito di arte, comunicazione, nuove tecnologie e pizzichi di personalissima visione del mondo. Inutile cercare un filo conduttore, non l’ho trovato neanch’io, né tra i pixel né tra gli atomi. Colpa mia o colpa della nebbia dei tempi, ma tant’è.

Che cosa ho fatto in questo mese di assenza? Molto, forse moltissimo, ma se devo compiere un unico prelievo e trascriverlo qui, sarà l’esperienza tattile e visiva della sala dedicata a Penone e alle sue Sculture di Linfa, parte della collezione permanente del MAXXI di Roma. Lei, da sola, vale la visita e la mia sparizione.

“Lo strumento del toccare sono le mani, l’epidermide delle mani. I centri sensori del nostro corpo sono soprattutto sulla superficie, non all’interno. Il nostro corpo è fatto di parti molli e parti dure. La scatola cranica si adatta alla forma che protegge. L’osso del cranio è materia plastica per il cervello che lo costruisce, lo adatta alla sua forma. Il cervello aderisce al cranio, sul quale registra le sue pulsioni ma non è in grado di leggere la superficie che tocca. Per capire e avere coscienza della forma della superficie interna al cranio occorre toccarla con le mani, vederla con gli occhi.”

Le parole di Giuseppe Penone sono tratte dal testo di Georges Didi-Huberman, Su Penone, Electa – Pesci Rossi, 2008.

Play: la video arte passa da Youtube

Youtube Play

Youtube Play

Guggenheim e Youtube insieme per lanciare una selezione per giovani artisti video.
Con un canale dedicato, youtube play, la multinazionale dell’arte contemporanea (a questo proposito non riesco a trattenermi e consiglio la lettura dell’esilarante Museo SPA) e la piattaforma social che in pochi anni è diventata punto di riferimento assoluto nell’accesso alle immagini in video, lanciano un’iniziativa crossmedia e globale alla scoperta di giovani talenti.

Il 21 ottobre prossimo, una giuria di artisti annuncerà i vincitori in una presentazione dislocata in tutte le sedi Guggenheim: New York, Berlino, Venezia, Bilbao. L’esposizione però sarà visibile solo per chi si trova nella grande mela, o per chi si collega al canale youtube.

Se qualcuno è interessato, c’è tempo fino al 31 luglio.

Christian Boltanski e il suo archivio di cuori all’Hangar Bicocca

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I sette cieli celesti di Kiefer.

L' Hangar Bicocca prima della costruzione dell'opera I palazzi cieli celesti di Kiefer.

Eccolo. Lo aspetto da mesi e adesso ci siamo. L’Hangar Bicocca, enorme e affascinante spazio strappato alla morte industriale per una rinascita nell’arte contemporanea, riapre dopo una lunga chiusura al pubblico. Sotto la nuova direzione artistica di Chiara Bertola e con un approccio al networking che coinvolge il Grand Palais di Parigi e l’Armory di New York per la pianificazione di grandi mostre itineranti, ci regalerà da venerdì 25 giugno l’esposizione Personnes, di Christian Boltanski.

Già esposta a Parigi, l’installazione di dimensioni monumentali, in sintonia con quella permanente di Kiefer già presente all’Hangar, consiste in un cumulo di tonnellate di vestiti che vengono sparsi casualmente nello spazio espositivo da una gru. In contemporanea, diffuso per tutto lo spazio della navata, l’audio assordante dei 30000 battiti cardiaci raccolti dall’artista per il suo progetto di risonanza collettiva “les archives du coeur”.
Se le vostre menti sono volate verso il ben più moderato e ironico cumulo di stracci di un Pistoletto anni d’oro, riportatele a terra. Nella versione “post” di Boltanski, quella di tempi in piena celebrazione funebre di una modernità che fu, il pianto e il dolore soffocano l’ironia e gli straniamenti linguistici recuperando forse – ma devo assistere per darne giudizio – una dimensione epica e spirituale spesso rifiutata dalle avanguardie del secolo breve. La dimensione, appunto, di un grande funerale collettivo per un’umanità che se ne va.

Ecco: i to do dell’arte contemporanea si allungano – il MAXXI chiede ancora vendetta – mentre excentrica si addormenta sul divano alle 22.30 sognando pagine non lette dei suoi 12 libri in lista per essere svegliata poi dal senso di colpa nascosto nei fondi del caffè mattutino.

Buona giornata ai miei “cari 25 lettori”.