Curate Your Own Membership: al Whitney il museo fai-da-te

Whitney Museum. Foto credit: Graham Coreil-Allen su Flickr.

Scopro dal canale Twitter del Whitney Museum di New York il nuovo programma di membership all’impronta del DIY.

Si chiama Curate Your Own MembershipCYOM, per gli amanti degli acronimi – e permette di scegliere tra 5 diverse proposte di partecipazione al museo, ovviamente mixabili tra loro: social, insider, learning, family e philantropy.
Il passaggio da un criterio “oggettivo” di tipo socio-demografico (anziani, studenti, coppie etc…) ad uno “personalizzabile” di tipo esperienziale è saltato fuori dopo un’analisi dell’audience attraverso sondaggi e focus group coordinati da un’agenzia esterna.
“Ci siamo resi conto” – afferma Kristen Denner, direttrice del Membership Department del museo – che i nostri visitatori sono divisi in segmenti che rappresentano diverse modalità di rapportarsi all’arte e al museo.” Dagli amanti degli opening, alla famiglia con bambini, dagli aspiranti curatori, fino ai semplici curiosi… La membership card diventa quindi il segno del rapporto e della relazione che ogni individuo instaura con il museo e paradossalmente, diviene essa stessa criterio di profilazione dell’audience. Il conseguente piano di comunicazione differenziato chiude il cerchio virtuoso.

Un’ottima iniziativa, insomma, che speriamo venga replicata in altre realtà, magari italiane…

Per approfondire, qui trovate l’intervista alla direttrice del programma da parte del blog museum 2.0.

Google contro Facebook: la lotta al real time ci seppellirà

L'opera in filo di seta di Jens Risch nella mostra As Soon As Possibile. L'accelerazione nella società contemporanea. Strozzina.

L'opera in filo di seta di Jens Risch nella mostra As Soon As Possibile. L'accelerazione nella società contemporanea. Strozzina.

Sarete stati inondati anche voi, come me, dalle due news che hanno dominato il lato geek del web negli ultimi due giorni: Mashable che annuncia il superamento dei social network sui motori di ricerca in UK e Google che da parte sua annuncia l’agognata uscita di Caffeine: nuovo sistema di indicizzazione che garantisce ricerche più mirate e soprattutto più veloci, con risultati a prova di real time.
Adesso la domanda è d’obbligo: da dove siete arrivati a queste news? Qual è stata – per usare un’espressione di Analyticsl’origine dell’accesso? Se, come penso, molti di voi risponderanno Facebook o Twitter, l’avanzata è chiara: i social guidano la diffusione dei contenuti e invadono così il tranquillo salotto del search. Come andrà a finire?

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No Fun: il fake della net art entra in Chatroulette

Una ragazza fotografa il (falso) suicidio su Chatroulette

Una ragazza fotografa il (falso) suicidio su Chatroulette

Ho trovato solo adesso il tempo di vedere il video della performance No Fun, falso suicidio in diretta sull’ormai celebre Chatroulette, che Eva e Franco Mattes, aka 0100101110101101.org, hanno messo in scena il 30 aprile scorso.

Un fake a tutti gli effetti, No Fun è la declinazione social media della body art anni ’60-’70. Non una novità per gli 0100101110101101.org, che nella serie Synthetic Performances – dal 2007 – avevano messo in scena in Second Life alcune delle opere tra gli artisti più celebri dell’avanguardia performativa, da Marina Abramovic a Vito Acconci.

Il corpo non soffre più, il rischio si perde tra i pixel e il velo della simulazione scende a benedire il rapporto tra pubblico e artista.

Ecco che il suicidio inscenato da Eva e Franco Mattes accoglie reazioni disincantate nella randomica piattaforma di Chatroulette: la macchina fotografica di una quindicenne, le risate di un gruppo di adolescenti, le offese scritte di un ventenne annoiato (ur a shit, u have to die), lo sguardo incredulo e semidivertito di altri. Solo un utente, spaventato, nel dubbio chiama la polizia.

E il potere anestetico dello schermo è sempre più dilagante.

Per chi volesse vedere il video – rimosso da YouTube – lo trovate su Vimeo: http://vimeo.com/11467722