La storia dell’arte è un bene comune? Condividiamola con la folksonomy!

Scopro Your Paintings Tagger, splendido progetto britannico di ipertestualità condivisa applicata alle immagini, navigando nella sezione “collection” del sito web della Tate.
L’invito “help to tag the nation’s paintings” mi incuriosisce e clicco. Approdo così  in uno spazio dedicato alla costruzione comune e condivisa di un database iconografico basato sui dipinti appartenenti alle collezioni pubbliche britanniche, in grado di garantire presto complesse ricerche incrociate, itinerari tematici e – forse – persino stilistici.
Continue Reading →

L’aura è morta. Viva l’aura! Carlo Zanni e i nuovi scenari dell’arte net-based

Mi rendo conto che parlo sempre molto di editoria e poco di arte. Strano, per una che in realtà dovrebbe occuparsi principalmente di arte contemporanea. D’altra parte, con rare e piacevoli eccezioni di cui a volte riesco a dar conto qui, il sistema arte sembra ben più lento rispetto a quello editoriale nella ricezione di nuove possibilità offerte dal terremoto digitale. Potremmo discutere giorni sul perché questo avvenga – le regole che muovono il mercato dell’arte, sia museale che galleristico, sono decisamente diverse da quelle del mercato editoriale – ma intanto vale la pena soffermarci su progetti innovativi che immaginano nuovi scenari possibili.

Continue Reading →

Spring/Summer collection – gli appuntamenti culturali di fine maggio

Sommersa dall’onda anomala lavorativa, Excentrica annaspa nella vita atomica e si prende una piccola pausa da quella pixelata. Intanto però vi segnala qualche appuntamento imminente e stimolante a Bologna e dintorni nei prossimi giorni:

- Una giornata di studi sulla salvaguardia delle memorie virtuali, organizzata dall’ICOM al Museo della Musica di Bologna. Trovate sul sito delle GGDBologna l’intervista a una delle organizzatrici (19 maggio): www.girlgeekdinnersbologna.com

- L’Opening della nuova mostra del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina a Firenze dal titolo Identità Virtuali (19 maggio): http://www.strozzina.org/identitavirtuali/

- La personale del duo di giovani e brillanti artisti bolognesi PetriPaselli alla nuova galleria OltreDimore a Bologna (in corso fino al 18 giugno): www.oltredimore.it

- Il Festival dell’Arte Contemporanea a Faenza (20-22 maggio): www.festivalartecontemporanea.it

- Il convegno internazionale di studi sulle nuove frontiere dell’audiovisivo organizzato dal dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna (24 e 25 maggio): www.mediamutations.org

- L’inaugurazione della personale di Rosa Barba al MART di Rovereto (28 maggio): www.mart.trento.it

Troppa carne al fuoco? A chi lo dite…

Enjoy Postmodern Condition

Infinite City: mappe cittadine a quattro dimensioni

La mappa Cinema City all'interno del libro-atlante Infinite City

Di quante città è fatta una città? Quante mappe, itinerari, percorsi possiamo attivare in uno spazio narrativo come quello di un agglomerato urbano? Scopro nell’ultimo articolo di Matteo Bittanti sul mensile Duellanti (lo trovate qui) il libro e progetto espositivo – ahimé, quello ormai concluso – Infinite City (non è l’unico di questi tempi, ricordate la mostra-libro Atlas di Didi-Huberman?). La scrittrice e saggista Rebecca Solnit lo ha realizzato in collaborazione con il SFMOMA assieme a decine di artisti, designer, cartografi, scrittori.
Un libro-atlante che racconta la città di San Francisco srotolata nel tempo e abitata da storie individuali e collettive. 22 mappe per scoprire il passato e la memoria dei luoghi, i link invisibili, sotterranei, quelli che uniscono per esempio i primi esperimenti di Muybridge sulla cronofotografia alle riprese di Hitchcock per il film Vertigo nella mappa Cinema City (per vedere altre mappe, qui trovate uno slideshow).
Gli spazi cittadini assumono così la quarta dimensione, quella del tempo che racchiude flussi migratori, creazioni artistiche, movimenti politici, ma anche cambiamenti climatici, identità sessuali, tradizioni enogastronomiche. Infinite combinazioni psicogeografiche per infinite città.

E se vi state chiedendo se esista una versione iPhone/iPad la risposta è: no. Ma come, direte voi, proprio nella patria dell’innovazione gli atomi vincono i pixel? Eh già… Il gusto del vintage è un lusso per pochi.

Google Art Project: il Rinascimento dei musei virtuali

Mai fatto più di un post al giorno, ma a questo non resisto. Grazie al canale twitter di Michele D’alena, arrivato prima del Mibac sulla notizia, apprendo che è online il Google Art Project.
Che dire? Ci volevano i Labs di Mountain View per ridare senso all’espressione “museo virtuale”, svilita spesso da improbabili visuali dal sapore retrofuture morte prima di nascere dentro a tazzine di caffè java branded.
Certo, ci sono casistiche migliori – giusto qualche giorno fa Simone Strozzi parlava su Fucktory dei virtual tour del Macro, tutto sommato ben fatti – ma quando la visita al museo diventa semplicemente un insight di Street View difficile avere concorrenti.

E’ così infatti che il Google Art Project permette le visite virtuali all’interno di alcuni tra i più importanti musei del mondo – per l’Italia non mancano per fortuna Gli Uffizi - dentro i quali ci muoviamo con drag and drop fluido e perfettamente controllabile, proprio come tra le vie delle città mappate dalla Google Car.
Ma Google non si ferma alla visita 3D, nella consapevolezza che il vero plus del digitale sia in realtà fornire una visione ad alta risoluzione di dipinti difficilmente apprezzabili nel formato cartaceo ridotto del supporto libro. E allora che fa? Si accorda con i musei aderenti al progetto, riuscendo a fornire di alcune opere un’immagine tra i 7 e i 14 bilioni di pixel – e Van Gogh in HD non è roba da poco – che appare a tutto schermo ed è scalabile da un comodissimo regolatore con vista in scala in basso a destra. E per chi ha un Google Account – e chi non lo ha ormai? – esiste ovviamente la possibilità di creare delle collezioni con tanto di permalink e condivisione sui principali social (ma su queste feature temo manchi ancora un po’ di debug!).

Inutile sottolineare le enormi potenzialità in termini di studio, che si traducono, tra l’altro, nella possbilità di rendere visibili opere solitamente accatastate in sotterranei e magazzini; meno inutile invece fermarci a riflettere sul futuro del museo nell’era ormai avanzatissima della riproducibilità tecnica. Sarà una sfida analizzare quali siano i veri vantaggi dell’esserci, quale intraducibile coinvolgimento ci proponga la visita in situ piuttosto che quella delocalizzata dal divano di casa nostra.
E siamo solo all’inizio.

Di performance e di scultura: alla ricerca del corpo perduto alla prossima edizione di Art First a Bologna

Marina Abramovic reinterpeta una sua celebre performance, Lips of Thomas, del 1975

Nel paese postribolo (cit.) dove ormai, senza alcun dubbio, viviamo, tutti hanno perso un corpo.
Lo hanno perso le donne, che potrebbero ritrovarlo in formato “bocconcini per spezzatino” accanto al vitellone razza piemontese sui banchi dell’Esselunga; lo hanno perso gli uomini, che per scovarlo potrebbero forse indirizzarsi nei recessi del loro organo genitale, che come un buco nero sembra essersi inghiottito tutto il resto. Lo hanno perso anche le parole, diventate abiti prêt-à-porter da indossare per ogni occasione. Comode, inconsistenti, inesistenti. Riescono ad abitare con facilità persino le fauci della Santanché. Vi pare poco?

Ecco perché, nonostante il mio amore per l’arte senza impronta dei mezzi elettronici e digitali, sono contenta che siano proprio performance e scultura, corpo e materia, le grandi chiavi d’accesso della prossima edizione di Art First ormai alle porte – 29 gennaio-27 febbraio. Sarà forse utile ripercorrere allora, con Marina Abramovic, alcune storiche performance che hanno reso visibile – non senza disgusto, fastidio, dolore, orrore –  la violenza con cui il potere segna e marca i nostri corpi. Così come sarà utile osservare il corpo imprigionato da abiti scomodi, difficili, ingombranti come quelli disegnati e cuciti da SISSI, giovane artista bolognese che l’11 febbraio terrà all’Archiginnasio la sua lezione di Anatomia Parallela. Altrettanto ingombrante  l’opera di Anna Galtarossa, Totem, mostro gigantesco fatto di bigodini, calze a rete, paillettes, pon pon e centinaia di microggetti domestici e femminili in grado di sprigionare relazioni potenti e quasi divine. E poi Vires, gli esercizi di potere dell’artista Maria José Arjona sempre all’Archiginnasio, a cui si aggiunge HABITO/abito, performance visibile solo il 29 gennaio dalle 18 alle 24. Ecco, giusto per ricordarci che ancora esistono corpi femminili interi, pensanti, immaginifici e creatori. E quelli maschili? La curatrice Julia Draganovic espone Roberto Paci Dalò ai musei universitari di via Zamboni, che affianca anche una performance digitale visibile il 29 gennaio, il famoso scultore Antony Gormley e il giovane duo Ghost of a Dream, ma anche Marco Giovani e il visionario EricailCane, catalogatore di un bestiario contemporaneo. E mi fermo qui, perché il tempo stringe e gli artisti sono tanti. Mi sarebbe piaciuto potervi dire: scaricatevi l’applicazione mobile per poter scoprire da soli, camminando, i numerosi itinerari possibili tra scultura, installazione e performance nel centro bolognese. Avrei voluto, già, ma non posso. Non solo infatti non esiste alcune applicazione mobile, ma il sito web della manifestazone, identico allo scorso anno per sciatteria e/o mancanza di budget, conosce poco il termine usabilità e rende assai difficile reperire le informazioni. Peccato. Vorrà dire allora che la scoperta sarà casuale ma non per questo, speriamo, meno piacevole.

Nel frattempo, ovunquemente, riprendetevi i vostri corpi e le vostre parole.

Be Real: un fagottino di atomi per il 2011

les liens invisibles

Les Liens Invisibles, Public-Space Invaders, Riot | Reality Is Out There. Credit: gli artisti.

Dunque riaffioriamo dal muto vortice natalizio e siamo già nel 2011. Excentrica ha evitato non troppo volontariamente gli auguri di buone feste e i listoni di fine anno e come al solito ha accumulato argomenti pulsanti nel suo feed reader. Decide però di lasciarli pulsare e di cominciare i post del nuovo anno all’insegna dell’obsolescenza, per arginare le ansie da real time e riscoprire il piacere dell’effetto delay.

Vi parlerà quindi di un progetto realizzato e presentato in un superatissimo novembre 2010, in occasione dello scorso Piemonte Share Festival. Il progetto, ad opera dei net artisti italiani Les Liens Invisibles, è in realtà di enorme attualità, persino per un gennaio 2011, e prende il nome di Riot | Reality Is Out There.
Se il geotagging e l’augmented reality sono sicuramente tra gli hot trend di quest’anno, meglio mettere in tasca un occhio disincantato e storicizzato regalato dall’arte e prepararci a passeggiate fantasma in una realtà scomparsa.

Senza mettere in dubbio, infatti, la comprovata utilità del cosiddetto “proximity marketing” – troppo poco battutto peraltro! Mi meraviglio come Slow Food possa ancora ignorare l’esistenza degli smartphone dopo gli accidenti che le mando ogni volta che cerco una buona osteria last minute durante i miei giri fuoriporta – fa parte degli obiettivi del piano 2011 quello di rimanere sufficientemente lucidi per capire che stiamo assistendo alla lenta morte della realtà. E allora prendiamoci il tempo e lo spazio, fisico e virtuale, per un’ultima passeggiata psicogeografica dal sapore lettrista e seguendo il suggerimento degli artisti “perdiamoci nella realtà, prima che questa scompaia“. Come?
Prima di tutto occorre abitare o trovarsi temporaneamente a Torino e avere sul proprio smartphone Layar, il classico browser per l’AR. Se i due fenomeni si presentano contemporaneamente siete pronti per gustarvi un’esperienza irreale ma possibile, altrimenti detta: virtuale. Potete così incontrare un Magritte a Piazza Cavour al grido di Ceci n’est pas réalité o lottare contro i Public-Space Invaders a Piazza Carlo Emanuele II, ma anche, perché no, provare l’ebbrezza di una manifestazione di piazza senza effetti collaterali – vuoi mettere il brivido di scontrarsi contro un manganello comodamente seduti su una panchina?
Se solo gli studenti fossero più digitalizzati… Magari potrebbero beneficiare persino di incentivi governativi per il “dissenso virtuale“. E  invece, ostinati, occupano le tangenziali, e con i loro corpi tutti atomi restituiscono aria e respiro agli abitanti di palazzi affacciati su smog, rumori molesti, viste desolanti e terribilmente reali. Non è bastato questo, tuttavia, a salvarli da una riforma universitaria che trasuda classismo e lo chiama modernità. Tutto è possibile nell’augmented dream del riformismo progressista, dove una prigione buia e senza chiave ha l’aspetto di una camera con vista.

Abbiamo ancora occhi per vedere? Abbiamo imparato a slittare tra virtuale e reale senza perdere le coordinate? Siamo in grado di portarci un fagottino di atomi nel regno dei pixel? Se la risposta è negativa per almeno una delle tre domande occorre far pratica.
No, non è semplice, ma qualcuno vi aveva detto che sarebbe stato tale?

Be real è il primo dei buoni propositi del 2011. Buon inizio a tutti e tutte!