
Marina Abramovic reinterpeta una sua celebre performance, Lips of Thomas, del 1975
Nel paese postribolo (cit.) dove ormai, senza alcun dubbio, viviamo, tutti hanno perso un corpo.
Lo hanno perso le donne, che potrebbero ritrovarlo in formato “bocconcini per spezzatino” accanto al vitellone razza piemontese sui banchi dell’Esselunga; lo hanno perso gli uomini, che per scovarlo potrebbero forse indirizzarsi nei recessi del loro organo genitale, che come un buco nero sembra essersi inghiottito tutto il resto. Lo hanno perso anche le parole, diventate abiti prêt-à-porter da indossare per ogni occasione. Comode, inconsistenti, inesistenti. Riescono ad abitare con facilità persino le fauci della Santanché. Vi pare poco?
Ecco perché, nonostante il mio amore per l’arte senza impronta dei mezzi elettronici e digitali, sono contenta che siano proprio performance e scultura, corpo e materia, le grandi chiavi d’accesso della prossima edizione di Art First ormai alle porte – 29 gennaio-27 febbraio. Sarà forse utile ripercorrere allora, con Marina Abramovic, alcune storiche performance che hanno reso visibile – non senza disgusto, fastidio, dolore, orrore – la violenza con cui il potere segna e marca i nostri corpi. Così come sarà utile osservare il corpo imprigionato da abiti scomodi, difficili, ingombranti come quelli disegnati e cuciti da SISSI, giovane artista bolognese che l’11 febbraio terrà all’Archiginnasio la sua lezione di Anatomia Parallela. Altrettanto ingombrante l’opera di Anna Galtarossa, Totem, mostro gigantesco fatto di bigodini, calze a rete, paillettes, pon pon e centinaia di microggetti domestici e femminili in grado di sprigionare relazioni potenti e quasi divine. E poi Vires, gli esercizi di potere dell’artista Maria José Arjona sempre all’Archiginnasio, a cui si aggiunge HABITO/abito, performance visibile solo il 29 gennaio dalle 18 alle 24. Ecco, giusto per ricordarci che ancora esistono corpi femminili interi, pensanti, immaginifici e creatori. E quelli maschili? La curatrice Julia Draganovic espone Roberto Paci Dalò ai musei universitari di via Zamboni, che affianca anche una performance digitale visibile il 29 gennaio, il famoso scultore Antony Gormley e il giovane duo Ghost of a Dream, ma anche Marco Giovani e il visionario EricailCane, catalogatore di un bestiario contemporaneo. E mi fermo qui, perché il tempo stringe e gli artisti sono tanti. Mi sarebbe piaciuto potervi dire: scaricatevi l’applicazione mobile per poter scoprire da soli, camminando, i numerosi itinerari possibili tra scultura, installazione e performance nel centro bolognese. Avrei voluto, già, ma non posso. Non solo infatti non esiste alcune applicazione mobile, ma il sito web della manifestazone, identico allo scorso anno per sciatteria e/o mancanza di budget, conosce poco il termine usabilità e rende assai difficile reperire le informazioni. Peccato. Vorrà dire allora che la scoperta sarà casuale ma non per questo, speriamo, meno piacevole.
Nel frattempo, ovunquemente, riprendetevi i vostri corpi e le vostre parole.