Bologna: se bastasse solo un codice a barre a rianimare la comunicazione culturale

Non voglio fare la solita guastafeste quindi prima di gettare acqua acida su aiuole fiorite dirò questo:

Evviva! Da oggi è possibile girare dotati di smartphone dentro alcuni musei civici della città di Bologna e ricevere informazioni aggiuntive sulle opere esposte semplicemente fotografando strani labirinti pixelati altrimenti detti QR Code (sì, in Giappone lo fanno da almeno 5 anni. E allora? Ognuno ha i suoi tempi no?)

Bene. L’idea è di per sé lodevole, sempre che il QR Code sia nitido e ben esposto e che non provochi isterismi da frustrazione informatica come spesso ho provato tentando di utilizzare quelli stampati su leaflet, cartoline e riviste ormai abbagliate da questa rara occasione di link crossmediale.
Certo che… Siamo sicuri che ascoltare una voce automatica in stile messaggi Trenitalia che ti sciorina nomi, date e informazioni tecniche sia veramente fare engagement culturale? (Guardate il video e giudicate voi). Siamo sicuri che sia questo il modo di rendere vivo il passato, attivare connessioni, liberare l’immaginazione? Siamo sicuri che un quadratino bianco e nero e uno smartphone siano sufficienti a rendere la visita museale un’esperienza, se non appassionante, almeno piacevole? Non stiamo forse creando semplici sonniferi culturali ad alto tasso digitale?

La tecnologia è uno strumento e non un fine. Proviamo a scriverlo come incipit dei prossimi piani di marketing culturale.

Propositi: farsi un giro al museo archeologico, provare il QR Code e postare un nuovo articolo per smentire quanto appena scritto. Sarà la mia gita pasquale. F. non vedrà l’ora. 

Italia Reloaded. Ovvero: la liberazione della cultura dal patrimonio alla creatività

Quali sono le possibili soluzioni per liberarsi finalmente di questa concezione sepolcrale e «zombesca» della cultura italiana?
Innanzitutto – sembra banale, ma è comunque un buon punto di partenza –  comportarsi come quando in una stanza c’è puzza di chiuso: spalancare le finestre, far entrare aria e luce, ritornare alla vita.

Semplici ma sagge parole quelle che scrivono Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro nel capitolo conclusivo del loro libello sulla situazione della cultura in Italia: sferzante, provocatorio, 1% di buonismo, 99 % di lucidità. L’Italia è un morto che cammina. L’Italia non ha ancora capito che chiudere il proprio archivio artistico e storico sotto teca non è esattamente fare cultura, ma semmai tenere in ordine e pulita la tomba di famiglia. L’Italia non riesce a superare quella dicotomia tra fruizione e produzione che – guarda un po’ –  la cultura della Rete ha ben compreso. Magari proprio da lì potremmo imparare a ricodificare il termine «cultura» inserendolo al crocevia di altri termini chiave come esperienza, formazione, creatività, relazione, apprendimento, discussione, dialogo, innovazione.

Si può quindi uscire dalla gabbia del patrimonio e della salvaguardia dei cosiddetti beni culturali? Si possono aprire le teche polverose del nostro passato e farle vivere come memoria attiva e produttiva? Si può pensare che un giorno i residenti riprenderanno possesso di una città come Venezia e che anche le città «senza arte» saranno in grado di diventare centri culturali attivi per abitanti e visitatori di passaggio? E infine, si può ridefinire il marketing territoriale e liberarci della dittatura dell’audience? O meglio, si può pensare che i nostri presunti consumatori culturali non siano altro che dei prosumer, esattamente come dei buoni cittadini del web 2.0?

Il testo è edito da Il Mulino – collana Contemporanea – al prezzo pop di 13.50. Consigliato in pendant con un apparente OT che è Contro il Target di Remo Bassetti e l’intramontabile lezione sulla Leggerezza di Italo Calvino, con le cui parole per oggi vi lascio:

In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.

Bene. Uccidiamo Medusa.

Photo Credit: Fra_Cor

Fiera del Libro dei Ragazzi: paperless storytelling?

Mostra illustratori alla fiera del libro dei ragazzi 2011. La foto, anche stavolta, è mia (eh sì, ci ho preso gusto!)

Anticipata quest’anno dal TOC di Tim O’ Reilly – leggetevi il report di F. Dardi su Apogeonline – l’edizione 2011 della Bologna Children’s Book Fair sembra attraversata dallo spettro di quella presunta rivoluzione dell’editoria digitale in grado di oscurare tanti posti al sole conquistati negli anni. La temutissima fine del libro è una paura che fiacca le ginocchia e impedisce l’azione. Risultato: nessuno presenta prodotti per tablet tranne poche eccezioni (tra cui gli “only-digital” Touchy Books, Nosy Crow). La carta è ancora più che totalizzante e se non fosse per qualche incontro dove compare timidamente il termine App ci dimenticheremmo di essere nella Digital Era, complice l’assenza di wifi libero nell’area espositiva (uno spazio che, lo ricordiamo, è aperto rigorosamente ai professionisti del settore).

Bene. Ne prendiamo atto e andiamo avanti, convinti che il futuro dell’oggetto libro stia nella capacità di investire sui sensi irraggiungibili (per adesso) dall’immagine di sintesi, in particolare il tatto. La materia sarà quindi, a mio parere, parola chiave fondamentale per chi – giustamente – non vuole abbandonare un oggetto dalla storia secolare.
Tutto il resto è content. E se è vero che la separazione tra forma e contenuto è una vecchia dicotomia che non ci piace, se consideriamo ancora valido l’amato concept il medium è messaggio, allora siamo pronti a capire che anche il contenuto sta per subire la sua trasformazione. Il linguaggio dovrà infatti obbligatoriamente adattarsi ai nuovi dispositivi abbandonando alcune caratteristiche e conquistandone altre. Probabilmente il racconto orale tornerà in primo piano, probabilmente le storie narrate e illustrate dai professionisti del settore verranno integrate, ampliate, magari “sporcate” da genitori e parenti con un po’ di fantasia.

Quand’ero piccola mio padre mi raccontava delle storie registrandole sul quel supporto ormai vintage che è l’audiocassetta. Mi piace immaginare che adesso avrebbe usato un tablet, magari mischiando la sua voce ad illustrazioni acquistabili singolarmente o in pacchetti tematici pubblicati da qualche editore illuminato e consapevole del potere del DIY Storytelling. Mi piace immaginarlo, convinta che l’immaginazione sia l’unica lingua con cui pronunciare il futuro. Immaginazione al potere! Così gridavano quei giovani che adesso si aggirano nei corridoi di palazzo stanchi e appesantiti da anni di conformismo. Bene. Ricordiamogli** lo spirito rivoluzionario scomparso tra i nodi delle loro cravatte e recuperiamo quello slogan, in politica come nel marketing (*). L’immaginazione al mercato!


*:  e qui intendo marketing nell’unica accezione possibile ben illustrata ieri da Valeria Maltoni durante l’interessante serata organizzata da Gianluca Diegoli, Alessandra Farabegoli e GGD  Bologna: marketing è tutto ciò che fa un’azienda per raggiungere lo scopo per la quale è nata, ovvero vendere il proprio prodotto, attraverso la passione e la comprensione delle esigenze del mercato. Sante parole.

**: tengo a precisare che sono consapevole dell’errore grammaticale ma sono una grande fautrice dello snellimento della lingua, soprattutto quando questo favorisce ritmica e suoni.

Ringraziamenti: prima di tutto E.P., che mi ha permesso di entrare anche se quest’anno ero sprovvista di pass; ma anche A.G., dalla quale ho ricevuto lo splendido annuario degli illustratori con dedica. Ringrazio anche tutte le vecchie e nuove conoscenze con cui ho scambiato piacevoli chiacchiere, dai “piccoli” editori Becco Giallo, Orecchio Acerbo, Corraini, ad amici e concittadini che non vedevo da più di dieci anni. Ringrazio anche chi, prima e dopo, mi ha permesso di conoscere e frequentare uno degli spazi più interessanti e stimolanti dell’editoria in Italia. Arrivederci al 2012.

La didattica museale si fa digital: babymart tra wifi e Nintendo DS

Babymart, lo spazio didattico del MART tra analogico e digitale. Photo Credit: MART

Se avete dei bambini o se vi è capitato di lavorare nel settore kids probabilmente Art Academy non è una novità. Non dovrebbe esserlo comunque, visto che il progetto Nintendo, in collaborazione con la Pinacoteca di Brera, è stato salutato come un piccolo gioiello della didattica digitale ottenendo numerosissime recensioni.

Bene. Sappiate che da poco più di una settimana, in occasione dell’inaugurazione della mostra La rivoluzione nello sguardo, potete provarlo nell’area Family del museo MART assieme ai vostri figli. Se, come me e come migliaia di altri trentenni avete sostituito il figlio con un mutuo e rosicate per non poter provare l’ebbrezza di stare seduti su morbidi cuscini colorati con una Nintendo DS in mano, potete sempre prenderne uno in prestito da amici e parenti e sperimentare questo spazio ludico e didattico che abbatte ogni barriera tra analogico e digitale.

L’idea ci sembra tanto saggia quanto naturale, nel pieno riconoscimento dell’ormai (quasi) indiscusso apporto delle tecnologie digitali alla didattica. Giusto qualche giorno fa, nell’ultimo domenicale del Sole 24 Ore, una bella recensione del testo Nativi Digitali di Paolo Ferri faceva il punto sulle prospettive in senso pragmatista che i media digitali aprono nell’ambito educativo. “L’arte come esperienza” di John Dewey non sembra mai stato tanto attuale e – sebbene il digitale non sia certo condizione necessaria all’attuarsi del learning by doing – non possiamo negare che ne favorisca la diffusione.

Se questo sia un bene un male non ho le competenze per dirlo, ma in un rigoroso e scientifico approccio “a naso” posso dire che dotarsi di uno spazio museale a misura di famiglia dove convivono carta, pennelli, cuscini, lavagne, videogame e wifi è quantomeno un ottimo esperimento di integrazione tra i media in ottica ecologica. E l’ecologia ci piace, soprattutto di questi tempi.

Upcoming: sono stata alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna che mi ha regalato stimoli, idee e piacevoli incontri. Ve ne parlerò domani.

Visto.Fatto.Letto. Appunti di un mese di vita alle soglie della primavera

Principi di primavera a Parigi. Per una volta la foto è mia

Quasi un mese di assenza da qui. Impossibile dar conto sensatamente di tutto quello che vorrei. Tento una sintesi liofilizzata e poco rigorosa in ordine cronologico inverso

VISTO

- Motus: (Antigone) Contest #1. Bologna, Teatri di Vita. Questa è la cultura di cui abbiamo bisogno. Questa è la cultura che dobbiamo finanziare, con impegni personali ed elettivi. Consiglio il video del loro debutto nell’Ex OGR, Officine Grandi Riparazioni. Torino si muove recuperando spazi spettacolari. Sarebbe bello lo facesse anche Bologna, senza farsi appesantire troppo da crescentine e tortellini. Che dite?

- Modigliani Scultore. Rovereto. MART.  Il mio concittadino dall’animo tardoromantico affetto da spleen baudelairiano studiato per le sue opere scultoree, terreno scivoloso soprattutto dopo lo scherzo labronico della metà degli anni ’80. Un vero e proprio progetto scientifico esposto dopo anni di ricerca. L’esposizione è purtroppo ormai conclusa, potete leggervi però il bell’articolo di Barbara Cinelli su Alias, supplemento settimanale de Il Manifesto. Il MART in realtà presenta molto altro che vi racconterò in un post dedicato.

- The King’s Speech in lingua originale alla Cineteca di Bologna. Imperdibile.

FATTO:

- Intervento al DD-DAY, bella giornata organizzata da Open Lab sul tema Content and Marketing e ospitata dal Master in Multimedia Content Design dell’Università di Firenze. Ringrazio per questo Gianpaolo D’Amico e gli amici di Open Lab per l’invito. Le slide le trovate qui.

- Lezione su musei e web 2.0 a TagboLab, laboratorio di marketing territoriale della facoltà di Scienze della Comunicazione a Bologna diretto da Michele D’Alena, che ovviamente ringrazio per l’invito. Le slide di questo le trovate qui. Tra l’altro, vogliamo aiutarli a costruire una guida per una Bologna in movimento? Guardate qui.

- Intervista a Marta Ponsa, responsabile delle attività espositive e dei programmi culturali dello splendido Jeu de Paume di Parigi per il prossimo numero di Digimag. La troverete online a breve.

LETTO e RILETTO

- Jean François Lyotard: La condizione postmoderna. In splendida edizione tascabile Feltrinelli con copertina verde shock.

- Judith Butler, La rivendicazione di Antigone. Edizione tascabile Bollati Boringhieri in un primaverile rosso corallo.

- Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia. Una chicca assoluta pubblicata recentemente dalla piccola e agguerrita casa editrice Quodlibet (ottimo account Twitter, tra l’altro).

Tra uno spettacolo, un libro, una mostra, un intervento e parecchi spostamenti lavoro molto, motivo per cui a volte non riesco a stare al passo qui. Non me ne vogliate. Cercherò di farmi perdonare.

Buona primavera a tutti i miei lettori e alle mie lettrici.

Roberto Saviano e il (vintage) digital marketing di Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli in una riunione di redazione con James Baldwin

Lo sappiamo già da un po’. L’acquisto da parte di Feltrinelli dei diritti sull’ultimo testo di Saviano ha sancito definitivamente la rottura tra lo scrittore-icona dell’antimafia e il gruppo editoriale di proprietà dell’ancora – e chissà per quanto – presidende del consiglio.

Bravi. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. Il titolo in uscita, anche questo annunciato da un po’, è Vieni via con me e raccoglie, con un’originalità che lascia davvero a bocca aperta, i monologhi presentati durante la trasmissione record di cui – nonostante le critiche che ho già espresso qui – spero arrivi presto la seconda edizione. A quel punto qualche lampadina deve essersi accesa tra le scrivanie di un’azienda che in campo digitale non sembra proprio stare sulle vette dell’Everest  - ma almeno si è armata di piccozzo. Qualcuno avrà pensato: se non ora quando?  E quindi via di versione in ebook (ePub e Pdf), minisito dedicato, blog incorporato e un po’ di UGC che fa tanto web 2.0.

Apprezziamo lo sforzo. Peccato che:

- La grafica del suddetto sito è tanto triste quanto erano invece entusiasmanti le scenografie e la mise en scène dell’omonima trasmissione RAI (rileggere post in proposito di Luisa Carrada)

- Il costo dell’ebook (senza contributi multimediali, per quel che ho potuto capire) è  9,99 euro contro i 13 del libro cartaceo. E’ mai possibile?

- La presunta iniziativa di partecipazione, Scrivi a Roberto le 10 cose per le quali vale la pena vivere (oddio, ma non era in gioco solo la permanenza in Italia? Mi devo essere persa dei pezzi strada facendo!) prevede la compilazione in un form degno di una PA e la lettura in una sezione che ha il sapore del web che fu. Non perdete tempo a chiedervi se ci sia la possibilità di condividere tali elenchi UGC via social, tantomeno lambiccatevi il cervello a cercare di capire perché questa iniziativa non sia stata portata avanti su Twitter (che pure dovrebbero conoscere), con hashtag dedicato e con visualizzazione del thread magari interna al sito, magari non lineare, magari con personalizzazione grafica (ora, non esageriamo: ci accontentiamo anche dell’embed di qualche plugin open source).
Peccato, perché di questi elenchi  se ne contano già più di 100, che in un ambiente ad alto quoziente di propagazione come Twitter potrebbero già rappresentare un ottimo inizio. E invece lì rimangono, inerti e isolati nel loro triste Times New Roman, visualizzati uno ad uno con paginazione lineare. Sembrano quasi la brutta copia di un libro. Sembrano quasi il prodotto di un’azienda italiana che non fa innovazione da almeno 10 anni. Certo che se questo è il digitale, meglio tornare al cartaceo.

A margine: non me ne voglia Feltrinelli, la cui tessera porto con piacere nel mio portafoglio e a cui dono tutti gli anni una cifra tra i 300 e i 500 euro. Sei figlia di Giangiacomo: pionere, sognatore e visionario. E’ così difficile portarne con te lo spirito e, tutto sommato, anche la lettera?

Google One Pass – anche gli 01 si pagano!

Nella divertente lotta tra i due giganti d’oltreoceano quello che risulta chiaro è che l’era del gratis è decisamente finita.
L’annuncio di Google One Pass, servizio che permette agli editori di vendere i propri contenuti in abbonamento, arriva ad appena un giorno di distanza da quello di Apple sul cambio di regole all’interno dell’App Store, che prevede, appunto, la possibilità di fornire i contenuti in abbonamenti della durata variabile, con la stessa modalità di fatturazione delle App (la questione è assai più complessa, vi consiglio Webnews per approfondire). Polemiche. Apple dichiara di trattenere il 30% sulla vendita, esattamente come fa con le app. Rhapsody, servizio di streaming musicale, alza la testa e minaccia l’abbandono  (e chi vivrà vedrà). Google, secondo rumors, tratterebbe  invece il 10%, offrendo tra l’altro la possibilità di visualizzare i contenuti acquistati su ogni dispositivo (mobile, tablet, PC). Ahi ahi ahi. Sembra vantaggioso.
In ogni caso, quel che emerge con chiarezza, è l’indiscussa direzione pay della trasmissione di contenuti digitali.  Inizia così il declino dell’era gratuita, attraente ma anche piena d’insidie. Finita la spinta rivoluzionaria iniziale, l’offerta gratuita da parte degli editori su Internet (così come quello della TV del resto) è stata fin da subito uno specchietto per le allodole. Il modello di business unicamente pubblicitario, che salva sicuramente il nostro portafoglio, attinge a piene mani però alla qualità dei contenuti offerti. E non è tanto la questione di invasività dei formati tabellari – per quanto ultimamente “oltre la misura”, per riprendere un’espressione assai diffusa in questi giorni – quanto un abbrutimento dell’offerta alla disperata ricerca del click +1. Ne ho già parlato più volte (è una mia fissa, l’ammetto) quindi evito di tornare anche oggi sul fenomeno della “trasformazione pomeridiana della colonna destra”, ma credo che il corrispettivo in denaro, da parte dell’utente, sia lo strumento di scambio per ottenere un altro tipo di contenuti, nonché un primo passo verso la diminuzione dell’overload e dell’omologazione informativa, questioni delle quali, forse, dovremmo prima o poi cominciare ad occuparci.