La notte della rete. Serve rimanere svegli.

Sono una terribile, imperdonabile, ingiustificabile assenteista.
Vorrei raccontarvi molte delle cose che ho visto, fatto, letto e detto fuori da qui. Vorrei raccontarvi della contentezza per il raggiungimento del quorum al referendum di qualche settimana fa, della contrarietà agli appalti truccati e oscuri del TAV nella splendida Val di Susa, dei cerchi intriganti di un Google + che ho provato solo con l’account di F. (eh sì, sono rimasta fuori dall’elite!), di parapadiglioni e di campi larghi tra Venezia e Bologna, ma alla fine scelgo semplicemente di comunicarvi la mia adesione alla protesta di una disgraziata quanto dozzinale delibera (cosiddetta ammazza-internet) con la quale l’AgCom sembrerebbe voler difendere la proprietà intellettuale contro lo scempio pirata del web.

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Intel Museum of me: data visualization in salsa espositiva.

Occupandoci qui spesso di cultura e comunicazione, capita di segnalare campagne o iniziative marketing di realtà culturali, per lo più musei,  che si distinguono per innovazione, freschezza, qualità narrativa.

Capita, anche se non così spesso, perché solitamente i musei e le realtà culturali in generale faticano a investire in comunicazione per mancanza di budget, sicuramente, e per mancanza di cultura del marketing, soprattutto se digitale.
Peccato. Perché l’estetica e la narrazione museale evidentemente avrebbe presa facile. Lo dimostra la nuova campagna Intel, Museum of Me , che attingendo al trend del data visualization e al narcisismo evergreen che non delude mai, ha creato un’applicazione in cui la nostra Facebook Story si declina in un white cube che espone fotografia, video, testi della nostra identità virtuale. Sfruttando i topos visuali dell’esposizione contemporanea e una colonna sonora con retrogusto amarcord, l’effetto empatico è assicurato.

Sono certa però che alcuni musei, all’avanguardia nella narrazione espositiva, saprebbero sicuramente fare di meglio.

Della passione, dell’ironia e del web che non è tutto… Ma aiuta!

Questo blog e la sua autrice partecipano con viva e vibrantesoddisfazione ai risultati elettorali di ieri, 30 maggio 2011: a Milano, a Napoli, a Trieste, a Cagliari i cittadini hanno sostenuto e fortemente voluto sindaci di centro sinistra.

Sempre sommersa, e sempre senza tempo, rimando o semplicemente declino ogni tipo di analisi politica, comunicativa, sociale, antropologica. Se ne trovano di ottime in giro per i quotidani, i magazine, i blog specializzati.

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Cultura e Social Network: un corso di formazione

Sempre nella mia forzata assenza di questo periodo, continuo con piccole incursioni di servizio che spero comunque possano essere utili a chi saltuariamente passa di qui.

Oggi vi segnalo con estremo piacere un corso di formazione, organizzato dalla Fondazione ATER di Modena su Cultura, Web e Social Network. Non devo certo essere io a dirvi con quale urgenza ci sia bisogno, da parte di chi lavora nel campo dei beni culturali, di abbracciare la cultura e le pratiche della Rete per favorire un più ampio accesso a musei e centri espositivi.

Il corso ha una durata di 150 ore ed è diviso in quattro moduli (Elementi di comunicazione e marketing – Il web per gli enti culturali – La Comminity web – I social network), con un project work finale. Tra gli insegnanti professionisti validissimi su cui garantisco totalmente, tra cui Alessandro Bollo – fondatore della fondazione Fitzcarraldo di Torino – Michele D’Alena – docente del laboratorio di marketing territoriale all’Università di Bologna nonché fondatore di TagBoLabLinda Serra e Cecilia Pedroni – consulenti in comunicazione digitale, blogger e fondatrici del GGD Bologna – e infine Gianluca Diegoli, che credo non abbia bisogno di presentazioni ma che comunque trovate qui.

Il bando è scaricabile qui e il termine ultimo per presentare domanda è venerdì 27.

Studiate, studiate, studiate.

Spring/Summer collection – gli appuntamenti culturali di fine maggio

Sommersa dall’onda anomala lavorativa, Excentrica annaspa nella vita atomica e si prende una piccola pausa da quella pixelata. Intanto però vi segnala qualche appuntamento imminente e stimolante a Bologna e dintorni nei prossimi giorni:

- Una giornata di studi sulla salvaguardia delle memorie virtuali, organizzata dall’ICOM al Museo della Musica di Bologna. Trovate sul sito delle GGDBologna l’intervista a una delle organizzatrici (19 maggio): www.girlgeekdinnersbologna.com

- L’Opening della nuova mostra del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina a Firenze dal titolo Identità Virtuali (19 maggio): http://www.strozzina.org/identitavirtuali/

- La personale del duo di giovani e brillanti artisti bolognesi PetriPaselli alla nuova galleria OltreDimore a Bologna (in corso fino al 18 giugno): www.oltredimore.it

- Il Festival dell’Arte Contemporanea a Faenza (20-22 maggio): www.festivalartecontemporanea.it

- Il convegno internazionale di studi sulle nuove frontiere dell’audiovisivo organizzato dal dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna (24 e 25 maggio): www.mediamutations.org

- L’inaugurazione della personale di Rosa Barba al MART di Rovereto (28 maggio): www.mart.trento.it

Troppa carne al fuoco? A chi lo dite…

Enjoy Postmodern Condition

Di Ikea, di mercato e di politica. Chi vince la partita?

Ok, questo post è un po’ OT rispetto ai temi che tratto su questo blog ma: 1. il blog è mio e lo gestisco io (le femmiste insegnano!) 2. anche questo è un caso, tutto sommato, di cultura e comunicazione. Vediamo perché.

La vicenda: qualche tempo fa, IKEA, lovemark indiscusso che salva da inevitabile squallore gli spazi abitativi dei comuni cittadini senza stipendio parlamentare, è uscito con una campagna stampa piuttosto dirompente per il contesto italico. Immagine: due uomini per mano visti di spalle, claim: “siamo aperti a tutte le famiglie”. Inizialmente passa sotto silenzio, se non per qualche commento di approvazione su blog di settore e social network. Qualche tempo dopo, con il ritardo che contraddistingue la nostra politica, se ne accorge il sottosegretario PDL con delega alla famiglia Carlo Giovanardi (lo stesso, sì, che nei talk show prime time difende gli spazi privati e intoccabili del nostro ninfopremier): la pubblicità IKEA offende la nostra costituzione. Ovvero offende il concetto di famiglia che la nostra costituzione conterrebbe.

La famiglia: dunque non mi dilungo sulle evidenti contraddizioni che una dichiarazione del genere, detta da un rappresentante di uno dei governi più offensivi e violenti contro la nostra carta costituzionale, contiene. Altri lo fanno meglio di me. Nè voglio ricordare a Giovanardi e al nostro ottuso governo cosa sia o cosa non sia “famiglia”. Certo mi verrebbe da dire, in modo molto semplice e quasi banale: famiglia è qualsiasi aggregazione umana tenuta assieme da quel sentimento inarginabile che ancora chiamiamo amore. Famiglia è chi si prende l’impegno di condividere un percorso di vita, qualunque sia la sua durata. Famiglia è, per esempio, chi vive sotto lo stesso tetto – giusto per rientrare nei paradigmi IKEA. Detto ciò, credo che l’aspetto interessante di questa vicenda sia un altro. Mercato o politica? Chi vince la partita?

Il capitalismo positivo: Il mercato, si sa, non conosce sistemi valoriali diversi da quello del profitto. Nel bene e nel male. E il profitto, si sa, passa dalle vendite. E le vendite, fino a prova contraria, passano dagli esseri umani, siano donne, uomini, neri, bianchi, etero, omo, bambini o adulti. Vince solo chi ha il potere d’acquisto in quel preciso segmento o settore commerciale. Non credo, mi pare ovvio, che all’IKEA interessi alcunché dei diritti civili delle coppie omosessuali, credo però che intelligentemente riconosca che questo è invece un aspetto fondamentale che caratterizza la sua audience, costituita in gran parte da giovani coppie occidentali di cultura medio alta che hanno per lo più relegato l’omofobia ad una nicchia retrogada e decisamente minoritaria. A loro parla e lo fa nel modo giusto. Ha obiettivi politici consapevoli? No. Ha ricadute politiche involontarie? Sì. E’ quello che io chiamo capitalismo positivo.

Altri casi: chi prende i mezzi pubblici, per esempio, avrà visto più volte i cartelloni Vodafone che pubblicizzano nelle lingue più comuni tra gli immigrati le tariffe agevolate per le telefonate verso i loro paesi d’origine (qui trovi un esempio). Gli immigrati sono rappresentati belli, solari, ben vestiti. Chi altro in questo momento, politicamente parlando, restituisce negli spazi pubblici questa immagine positiva degli immigrati del nostro paese?
Potrei fare altri esempi ma mi fermo qui.

Conclusioni: E allora, il mercato è buono e la politica* è cattiva? Non direi, basti pensare alla misoginia che impera nelle campagne dei brand tra i più disparati settori merceologici. Semplicemente il primo è più furbo del secondo e – qualche volta – pure più utile.

Per dirla con Don Draper: Non importa chi sei, cosa vuoi, quali sono i tuoi valori. L’unica cosa che conta è come lo vendi.

* sia chiaro che quando parlo di politica ne parlo con chiaro riferimento a quella esistente, contingente, attiva e reale nel nostro paese. Non certo nella splendida accezione data, per esempio, da Hannah Arendt. Quella “politica”, sì, potrebbe anche vincere sul mercato.

Artribune mi piace. Ecco perché.

Insomma, mi sono tenuta in bozza questo post per un po’ di giorni, giusto il tempo per osservare bene questo nuovo progetto editoriale che porta il nome di Artribune e che – sono sicura – conoscete già. E se lo conoscete già saprete anche che è nato dalle ceneri ancora calde di Exibart, storico magazine che lo scorso marzo ha fatto fuori in un colpo direttore editoriale, direttore responsabile e parte significativa della redazione (leggete qui).

Ora, il caro vecchio Exibart è stato sicuramente per molti un punto fisso per l’informazione sull’arte contemporanea italiana. Un database ricchissimo, un aggiornamento continuo e puntuale, dei buoni servizi di newsletter e alert via mail. Certo non si poteva dire la stessa cosa per il layout e le funzionalità del portale: caotico, inusabile, persino brutto – sì, diciamolo senza remore e senza tanti giri di parole – cosa evidentemente bizzarra per un portale dedicato all’arte visiva.

Non solo. Nonostante prevedesse da tempo la possibilità di iscriversi e creare un profilo utente, non ha mai realmente tentato di sfruttare la leadership indiscussa che aveva creando una seria community di addetti ai lavori (di cui non mi stancherò mai di sottolineare la necessità e l’urgenza). Tutta colpa della sciatteria, quella magica parolina che è da sola sufficiente a descrivere gran parte dei mali italiani.
Non tutti però vengono per nuocere.
E così, mentre Exibart si avvia alla lenta agonia riservata agli sciatti (e chissà se dovremmo aspettarci un restyling tardivo in stile MySpace), un gruppo fresco di idee e molto determinato mette su un ambizioso progetto. E questo progetto mi piace.

Perché?

- Perché anche l’occhio vuole la sua parte (specialmente se si parla di arte)

- Perché presenta rubriche che oltrepassano l’arte visiva e parlano di libri, cinema, design, riconoscendo nello scambio e nella relazione tra arti e discipline la vera essenza della contemporaneità.
- Perché ha un ottimo copywriting e sa mettersi in discussione senza falsa modestia: se vi siete iscritti alle newsletter  avrete forse letto questo incipit “La newsletter di Artribune è ancora qualcosa di provvisorio. Nell’attesa che vada a regime prendetela per quel che è: bruttina, ma imprescindibile. E fate abbonare i vostri amici.” Bravi. 1000 punti.
- Perché ha la forza per essere trasparente e scardina il galateo ingessato dell’adsales con un po’ di ironia: ci presenta i propri numeri in una news, e chiede sfacciatamente ai ricchi Big-Spender (galleristi in primis) di pianificare sui loro spazi.

- Perché sono solo all’inizio ma sono agguerriti, grintosi, competenti. E di questi tempi è fenomeno raro.

Bene. Insieme a Linkiesta, di cui avevo parlato qui, è a mio parere il progetto editoriale on web* migliore degli ultimi mesi in Italia. La cultura contemporanea ne aveva bisogno. A questo punto non ci rimane che aiutarli a crescere.

* per la precisione, come Exibart, Artribune ha una versione cartacea che immagino sarà il format per gli approfondimenti. Il numero zero dovrebbe essere distribuito in occasione della Fiera di Roma.