Carlo Zanni, my country is a living room, 2011. Still.

L’aura è morta. Viva l’aura! Carlo Zanni e i nuovi scenari dell’arte net-based

Posted on 14 ottobre 2011

Mi rendo conto che parlo sempre molto di editoria e poco di arte. Strano, per una che in realtà dovrebbe occuparsi principalmente di arte contemporanea. D’altra parte, con rare e piacevoli eccezioni di cui a volte riesco a dar conto qui, il sistema arte sembra ben più lento rispetto a quello editoriale nella ricezione di nuove possibilità offerte dal terremoto digitale. Potremmo discutere giorni sul perché questo avvenga – le regole che muovono il mercato dell’arte, sia museale che galleristico, sono decisamente diverse da quelle del mercato editoriale – ma intanto vale la pena soffermarci su progetti innovativi che immaginano nuovi scenari possibili.

My country is a Living Room, ultimo progetto di Carlo Zanni, artista new media di cui ho già parlato qui, si basa su un sistema di scrittura automatico elaborato dagli ormai chiusi Google Labs (la crisi attacca anche i pixel).

Una sorta di esperimento surrealista 2.0, dove l’algoritmo sostituisce l’inconscio e confeziona così infinite versioni di una narrazione real-time, omaggio virtuale ai 150 anni di un paese salotto. Rinuncio a descrivervi il complesso funzionamento, spiegato fin nei minimi dettagli dall’artista, né mi dilungo in interpretazioni critiche poco adatte a questa sede. Quello invece di cui vorrei parlarvi è il sistema fruitivo e distributivo che sembra aprire una crepa nell’attuale mercato della new media art.
L’arte net-based, si sa, sta nella nuvola. E’ raggiungibile da tutti in ogni parte del mondo, escluse censure e assenza di banda – particolare in effetti non del tutto irrilevante – e sembra così abbattere il sistema stesso dell’arte basato sull’unicità e l’esclusività dell’opera-oggetto. I galleristi impazziscono, i musei fanno ancora i conti con l’arte elettronica, e solo qualche coraggioso centro d’arte tenta metodi alternativi di fruizione (vedi la mia intervista a Marta Ponsa del Jeu de Paume).
E gli artisti? Creano nuovi scenari possibili, ognuno con la sua poetica e la sua linea di ricerca. My country is a living room si acquista con metodo Pay-Per-View, esattamente come un film, un talk show, una serie tv. Esistono accessi di un giorno, tre giorni, una settimana. In altre parole, l’opera d’arte entra a far parte di un ecosistema che la mette a fianco di un film, un articolo di giornale, un libro, una serie tv e forse pure di un paio di sneaker, direbbero gli amici di Isbn Edizioni. Inorridite? Con il tardo capitalismo bisogna fare i conti e le strategie sono molteplici. La via omeopatica, ovvero quella che gioca con le sue stesse regole, è una delle strade possibili.
Zanni ha fatto della fruizione e della proprietà dell’opera net-based parte integrante della sua poetica. Già nel 2003, con Altarboy, tentava di coniugare l’aspetto effimero e volatile dell’oggetto online con quello solido e immutabile del supporto materico. La messa in scultura dell’opera, il renderla installazione tangibile e quindi “vendibile”, è forse una delle vie più semplici da seguire. Tanto semplice da risultare a volte persino scontata. E se esistessero altre vie? Se l’accesso fosse regolato allo stesso modo di altri oggetti culturali? Se la proprietà dell’opera fosse effimera come l’opera stessa? Se accettassimo fino in fondo la perdita dell’aura e smettessimo quindi di tentare di resuscitarla con ingegnose quanto inutili strategie di rianimazione? In fondo, basterebbe solo superare il lutto e ricominciare a vivere. Nessuno può sapere se un giorno la nostra amata aura tornerà, portando con sé una valigetta di irriproducibili atomi.

Io intanto sono temporaneamente proprietaria di un’opera d’arte pagata meno di un euro. E questo mi piace.

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