Il libretto rosa di Finzioni: siamo tutti creativi

Per scegliere il post (bi)settimanale con cui aggiornare questo bistrattato blog questa volta ho penato molto. Sul podio dei top 3 comparivano anche: la bella campagna digitale organizzata da BAM! per la prossima pedonalizzazione del centro storico bolognese (TDays) e l’iniziativa Sciarà, ideata dall’emag Doppiozero e tradotta in atomi nelle piazze dell’appena concluso Festival della Letteratura di Mantova.

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Back to school: Isbn Edizioni e la campagna di Buon Compleanno Malcolm

Ricomincio così, con un post pieno di speranza per la cultura e l’imprenditoria under 40, di cui questo paese avrebbe bisogno più di qualunque stramiliardaria manovra. Di quella generazione si è detto di tutto: è viziata, vive di rendita, non legge, guarda troppa TV, sta solo su Facebook, non sa più scrivere, è drogata di videogame, è priva di iniziativa, manca di indipendenza, ma soprattutto: non è quella di una volta.

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Infinite City: mappe cittadine a quattro dimensioni

La mappa Cinema City all'interno del libro-atlante Infinite City

Di quante città è fatta una città? Quante mappe, itinerari, percorsi possiamo attivare in uno spazio narrativo come quello di un agglomerato urbano? Scopro nell’ultimo articolo di Matteo Bittanti sul mensile Duellanti (lo trovate qui) il libro e progetto espositivo – ahimé, quello ormai concluso – Infinite City (non è l’unico di questi tempi, ricordate la mostra-libro Atlas di Didi-Huberman?). La scrittrice e saggista Rebecca Solnit lo ha realizzato in collaborazione con il SFMOMA assieme a decine di artisti, designer, cartografi, scrittori.
Un libro-atlante che racconta la città di San Francisco srotolata nel tempo e abitata da storie individuali e collettive. 22 mappe per scoprire il passato e la memoria dei luoghi, i link invisibili, sotterranei, quelli che uniscono per esempio i primi esperimenti di Muybridge sulla cronofotografia alle riprese di Hitchcock per il film Vertigo nella mappa Cinema City (per vedere altre mappe, qui trovate uno slideshow).
Gli spazi cittadini assumono così la quarta dimensione, quella del tempo che racchiude flussi migratori, creazioni artistiche, movimenti politici, ma anche cambiamenti climatici, identità sessuali, tradizioni enogastronomiche. Infinite combinazioni psicogeografiche per infinite città.

E se vi state chiedendo se esista una versione iPhone/iPad la risposta è: no. Ma come, direte voi, proprio nella patria dell’innovazione gli atomi vincono i pixel? Eh già… Il gusto del vintage è un lusso per pochi.

E-book: proposte di lettura relazionale

Ideo, agenzia di comunicazione che non ha bisogno di molte presentazioni, ha appena diffuso un video in cui racconta la sua visione del libro del futuro – multimediale, interattivo, relazionale – attraverso tre design concept: Nelson, Coupland, Alice.

L’equazione digital book=social book ce l’abbiamo in mente un po’ tutti. La vera innovazione dell’e-book non starà nella sua multimedialità ma nella sua relazionalità. Oggetto inscritto nel network mediatico, il libro diverrà prodotto aperto a infinite possibilità di senso, i cui lettori/scrittori potranno comunicare, interagire, partecipare.
Ehm… Ma non era già così?
Meraviglie del digitale, capace di rendere esplicite e visibili connessioni in atto da sempre nei sotterranei della nostra intelligenza collettiva.

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Cambiare Idea: il pensiero magico di Zadie Smith.

Zadie Smith, Cambiare Idea.

Non ho mai letto, purtroppo, un romanzo di Zadie Smith, ma, grazie al Festival della Letteratura appena concluso, mi sono imbattuta nella sua recente raccolta di saggi, pubblicata da Minimum Fax con la traduzione di Martina Testa.

Il titolo, Cambiare Idea, mi attrae come una calamita, così entro nella prima libreria che incontro e lo acquisto senza indugio. Quando arriva l’autobus per riportarmi a casa sono già alla fine del primo saggio. Sentirsi del mestiere, come afferma l’autrice nella premessa, è la revisione di una sua conferenza tenuta alla Columbia University di New York nel 2008 – l’invidia non è mai troppa! – sul tema “Parlare di qualche aspetto del proprio mestiere”. Credo che le 15 pagine di questo microsaggio sulle pratica della scrittura valgano l’intero libro. Non solo per i consigli preziosi per aspiranti scrittori o per gli amanti e studiosi della letteratura, ma perché la messa a nudo di questo rapporto così intenso e conflittuale con il proprio romanzo appare come una splendida e calzante metafora del nostro rapporto con la pratica quotidiana della costruzione di sé.
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Strutture eccentriche di detargettizzazione della società: il link e la metropolitana

Stazione metropolitana a Milano. Still dal film Happy Family di Gabriele Salvatores.

Difficilmente sparirà dalla mia memoria quella sensazione di ebbrezza e libertà provata cinque anni fa in una limpida giornata di settembre. Sulla banchina a cielo aperto della stazione metro di Piramide pensai: mi sento a casa, e nessuno provi a portarmi via.
Evidentemente mi sbagliavo. Dalla stazione blu di Piramide passai volontariamente a quella gialla di Brenta, ventosa e solitaria, fino a sostituirla definitivamente con dei noiosissimi autobus urbani di indubbia efficienza.
La metro mi manca (non quella romana a dirla tutta). Mi manca la biodiversità cittadina: dall’impiegato con ventiquattrore alla top model ventiquattro chili, dal rapper italian style allo studente universitario radical-cheap, dalla “signora bene” alla badante, dalla collana di perle e décolleté all’acconciatura fucsia con parure di piercing. La metro è indubbiamente uno degli ecosistemi più variegati della nostra società. Ecco perché ho provato un immenso piacere nel leggerla come oggetto di detargettizzazione nell’ultimo capitolo del breve ma pungente saggio di Remo Bassetti, Contro il target. Mezzo anticlassista in grado di collegare centro e periferia in tempi stretti, la metropolitana rappresenterebbe un elemento destabilizzante nella progettazione di campagne fortemente targettizzate, contenitore eccentrico e rizomatico di difficile controllo, contro il target appunto.

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Rileggere Pasolini #1: La poesia della tradizione

François Truffaut. Jules et Jim - fotogramma. 1962

François Truffaut. Jules et Jim - fotogramma. 1962

Mi sono chiesta più e più volte – e sono sicura di non essere l’unica – come l’effervescenza degli anni ’60 e ’70 si sia potuta spegnere fino ai giorni nostri senza apparenti traumi, senza segni tangibili. Mi sono chiesta – e di nuovo non credo di essere l’unica – quale incantesimo abbia trasformato quella fantasiosa generazione in lotta contro ogni autoritarismo, nella classe dirigente asfittica e decisamente autoritaria che occupa con rara grettezza gli attuali luoghi del potere.
Non credendo agli incantesimi, ho trovato una parziale risposta in questa splendida poesia pasoliniana pubblicata nel 1971 e ascoltata stasera grazie ad una bella iniziativa nel parco archelogico di Marzabotto. La posto interamente dopo il continua.
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