Ritratti del potere: alla Strozzina di Firenze la guerrilla communication di The Yes Men

Inaugura oggi il progetto espositivo autunnale della Strozzina di Firenze, ben presentato e raccontato attraverso il minisito dedicato alla mostra: Ritratti del potere – volti e meccanismi dell’autorità.

Nella consueta capacità del centro di cultura contemporanea di Firenze di sapersi sintonizzare con la cassa di risonanza politica, economica e sociale attuale, la mostra indaga le strutture di potere messe a nudo da parte dell’arte.

Tra i 12  artisti esposti i The Yes Men, net artists in conflitto da sempre con i meccanismi del potere, soprattutto a livello mediatico. Il video The Yes Men Fix The World – sopra il trailer – racconta la performance che il duo, Andy Bilchbaum  e Mike Bonanno, mise in scena nel 2004, ventennio della strage di Bhopal. Fingendosi portavoce dell’azienda chimica responsabile del disastro in cui complessivamente morirono 120.000 persone, Andy Bilchbaum dichiarò davanti alle telecamere della BBC che l’azienda era pronta ad assumersi le proprie responsabilità pagando un indennizzo di dodici miliardi di dollari.

Sebbene la smentita da parte del portavoce ufficiale fu praticamente immediata, le azioni del colosso chimico scesero del 4% e la strage di Bhopal tornò alla ribalta mediatica. La performance aveva ottenuto l’effetto desiderato. Come avrebbe detto Diego, cugino illustre di Dora L’esploratrice (portate pazienza, difficile dimenticare 5 anni di lavoro nell’entertainment for kids): misión cumplida!

L’opening è previsto per oggi alle 19 nel cortile di Palazzo Strozzi, dove, tra l’altro, sarà presente un’installazione di Michelangelo Pistoletto, Metrocubo d’Infinito in un Cubo Specchiante, che resterà visibile ed “esperenziabile” per tutta la durata della mostra, fino al 23 gennaio.

Muybridge: alla Tate Modern la prima grande retrospettiva

Eadweard Muybridge, The horse in motion, particolare.

E’ il biennio 1877-78. Mentre il fotografo Eadweard Muybridge realizza e stampa la sua serie fotografica The horse in motion, scomponendo il movimento continuo dell’animale in singole istantanee, Monet presenta alla Terza Esposizione degli Impressionisti 7 dei suoi 12 dipinti sulla Gare Saint Lazare, elevando coraggiosamente a soggetto pittorico uno spazio urbano simbolo della tecnovita moderna e affermando l’interesse per la serialità.

La tecnologia entra nella pratica artistica in sordina, compiendo una frattura sotterranea che ormai scorre ben visibile in superficie. Ma accade anche il contrario:  Muybridge, per esempio, era solito intervenire in una post-produzione ante litteram sulle sue fotografie, tagliandole e incollandole insieme, ricolorandole. Il cut&paste abitava la sua mente ben prima della digital culture.

Epoca manierista la nostra, facciamocene una ragione.

I ogni caso, a partire da ieri, potete vedere le opere pioneristiche di Muybridge nella più grande retrospettiva che gli sia mai stata dedicata. Dove? alla Tate Modern, fino al 16 gennaio (ma se resistete fino al 30 settembre trovate anche l’annunciatissima Gauguin: maker of Mith)

Tutte le informazioni le trovate qui.

Arcade Fire e Google: il videoclip diventa interattivo

Still dal video The Wilderness Downtown. Le strade sono quelle del quartiere La Rosa a Livorno, Excentrica's childhood home

Forse ha ragione Manovich, quando afferma: “oggi vediamo molte opere d’arte sicuramente interessanti e divertenti, ma niente è innovativo allo stesso modo in cui lo sono per esempio i laboratori di Google” (vedi mia intervista su Digimag).

Senza dimenticarci ovviamente le disponibilità economiche dei laboratori Google, molto lontane da quelle di artisti indipendenti in grado comunque di sviluppare progetti di assoluto interesse, dobbiamo riconoscere al colosso di Palo Alto un’effervescenza creativa assai rara non solo in altre aziende, ma anche in tanta parte dell’arte mainstream.
Il videoclip interattivo The Wilderness Downtown è a tutti gli effetti un’opera di Web Art, realizzata dalla band Arcade Fire (il 2 settembre a Bologna) con il regista Chris Milk e in collaborazione con i Google Creative Lab.
Inserendo, all’inizio, l’indirizzo della vostra casa d’infanzia (son dolori però se siete cresciuti in luoghi non battuti dalla Google Car), il video è in grado di elaborare le immagini Street View del vostro quartiere restituendole con effetti contrastati e bruciati tipici delle vecchie immagini archivio. Attraverso la scomposizione dello schermo con molteplici finestre che variano per forma e dimensione, le immagini vengono montate real time con quelle del girato di base, un ragazzo (ma potrebbe tranquillamente essere una ragazza) che corre in felpa, jeans e converse su una strada bagnata. I vostri luoghi d’infanzia s’intrecciano così nell’impianto narrativo che cambia continuamente creando immagini-memoria individuali e collettive al tempo stesso (unico neo: l’immaginario si mangia il ricordo e il rischio omologazione diventa alto!).
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#askacurator: parla con il curatore via Twitter. Per L’Italia solo il MART

Askacurator. Il primo settembre fai domande ai curatori via Twitter.

Tra le iniziative di audience development twitter-based #askacurator propone ai potenziali visitatori o a semplici curiosi di fare domande – ottenendo risposte! – ai curatori del museo. Unica regola: avere un account su Twitter e seguirne la grammatica di base utilizzando l’hashtag askacurator e indirizzandosi al museo in questione con la solita formula @account.

Il giorno previsto per l’iniziativa è domani 1° settembre. Partecipano decine di musei in tutto il mondo, tra cui grandi nomi come Tate, Whitney, Guggenheim. Per l’Italia è presente solo il MART, sempre in prima linea per quel che riguarda iniziative di comunicazione legate ai nuovi media e una delle pochissime realtà museali nostrane in grado di fare un uso continuativo e intelligente dei propri canali social. Bravi.

Anacronismi: le immagini dei minatori del Cile dentro le nostre TV LED

Minatori di Bagnada, inizio novecento. Immagine d'archivio dell'Eco Museo Minerario.

Quando ieri ho visto per la prima volta le immagini dei minatori intrappolati nella miniera di San Josè, in Cile, il mio cervello si è trasformato in una pallina da Flipper sputando fuori una serie di parole chiave inafferrabili: ottocento, reality, ingiustizia, web 2.0, indecenza, social, pieno, collettività, LED.

Se dovessi difficilmente comporle in un discorso di senso compiuto questo suonerebbe pressappoco così:

Difficile digerire come nel mondo del web 2.0, degli smartphone, della social advertising, dei tweets e dei check-in su Foursquare (pensa che emozione diventare Sindaco di una miniera!) possano circolare immagini del genere. Sembra che nulla sia cambiato dai minatori della fine dell’ottocento, quelli cantati nelle vecchie canzoni popolari (e vi consiglio di ascoltare Miniera nella struggente versione di Gianmaria Testa), tranne il fatto che adesso c’è qualcuno che può guardare i loro corpi, magari nella cornice piatta di una TV LED, inghiottiti tra le dichiarazioni di Bocchino e l’ennesima bravata in auto di un viziato Balotelli. Indecenze 2.0. Ingiustizie social(i) e strani anacronismi.

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Privacy o intimacy? Iterating my way into oblivion di Carlo Zanni

Nel teatro del web 2.0 la battaglia tra libertà e controllo delle identità digitali offre spesso punte di imperdibile ironia. Sulle condizioni della cosiddetta privacy dei nostri corpi virtuali si versano quintali di inchiostro che tentano invano una liberazione dal panottico fabbricasoldi delle Big Companies, Google e Facebook in testa. Spiati in nome della pubblicità – declinazione diafana e postmoderna delle più invasive e storiche schedature – perdiamo non solo quel diritto alla privacy così decantato in ogni sito UGC che si rispetti, ma forse, a brandelli di pixel, anche la nostra intimità, il nostro immaginario, la nostra forza creativa.

Ho letto la storia di questa perdita nella nuova opera di Carlo Zanni, artista – oltreché amico – tra i più sottili e seduttivi nel campo dei media digitali. Da anni il suo Data Cinema rielabora la grammatica filmica per espanderla attraverso l’uso di Internet (e non si dica il moribondo web), in grado di produrre narrazioni aperte che variano senza alterare la struttura originaria. In questo caso, il testo dei Termini di Youtube, pronunciato da un lettore automatico, muta all’interno del film contemporaneamente ad ogni nuova release pubblicata sul sito.

Iterating my way into oblivion è forse il suo film più strettamente narrativo, più claustrofobico, e allo stesso tempo più concettuale. Una lente poetica per vedere l’invisibile vortice del mare in cui dolcemente navighiamo.

Per conoscere meglio l’opera di Carlo Zanni, questo il suo aggiornatissimo sito internet: www.zanni.org.

Per chi è interessato, due miei articoli pubblicati sul mensile Digimag.

Il tempo delle immagini
L’informazione è il nuovo colore. Intervista