La storia dell’arte è un bene comune? Condividiamola con la folksonomy!

Scopro Your Paintings Tagger, splendido progetto britannico di ipertestualità condivisa applicata alle immagini, navigando nella sezione “collection” del sito web della Tate.
L’invito “help to tag the nation’s paintings” mi incuriosisce e clicco. Approdo così  in uno spazio dedicato alla costruzione comune e condivisa di un database iconografico basato sui dipinti appartenenti alle collezioni pubbliche britanniche, in grado di garantire presto complesse ricerche incrociate, itinerari tematici e – forse – persino stilistici.
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Metropolitan + Google Goggles: altro che QR Code

Chi mi conosce lo sa, io e i QR Code non andiamo d’accordo. Per questo ho particolarmente apprezzato la partnership stretta tra il Metropolitan Museum di New York e Google Goggles – il video qui sopra mi sembra un ottimo modo per comuncarla –  che prevede la possibilità di raggiungere immediatamente le schede analitiche dell’intera collezione del museo dal proprio cellulare. Per chi non conosce l’app mi spiego meglio.
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L’aura è morta. Viva l’aura! Carlo Zanni e i nuovi scenari dell’arte net-based

Mi rendo conto che parlo sempre molto di editoria e poco di arte. Strano, per una che in realtà dovrebbe occuparsi principalmente di arte contemporanea. D’altra parte, con rare e piacevoli eccezioni di cui a volte riesco a dar conto qui, il sistema arte sembra ben più lento rispetto a quello editoriale nella ricezione di nuove possibilità offerte dal terremoto digitale. Potremmo discutere giorni sul perché questo avvenga – le regole che muovono il mercato dell’arte, sia museale che galleristico, sono decisamente diverse da quelle del mercato editoriale – ma intanto vale la pena soffermarci su progetti innovativi che immaginano nuovi scenari possibili.

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Infinite City: mappe cittadine a quattro dimensioni

La mappa Cinema City all'interno del libro-atlante Infinite City

Di quante città è fatta una città? Quante mappe, itinerari, percorsi possiamo attivare in uno spazio narrativo come quello di un agglomerato urbano? Scopro nell’ultimo articolo di Matteo Bittanti sul mensile Duellanti (lo trovate qui) il libro e progetto espositivo – ahimé, quello ormai concluso – Infinite City (non è l’unico di questi tempi, ricordate la mostra-libro Atlas di Didi-Huberman?). La scrittrice e saggista Rebecca Solnit lo ha realizzato in collaborazione con il SFMOMA assieme a decine di artisti, designer, cartografi, scrittori.
Un libro-atlante che racconta la città di San Francisco srotolata nel tempo e abitata da storie individuali e collettive. 22 mappe per scoprire il passato e la memoria dei luoghi, i link invisibili, sotterranei, quelli che uniscono per esempio i primi esperimenti di Muybridge sulla cronofotografia alle riprese di Hitchcock per il film Vertigo nella mappa Cinema City (per vedere altre mappe, qui trovate uno slideshow).
Gli spazi cittadini assumono così la quarta dimensione, quella del tempo che racchiude flussi migratori, creazioni artistiche, movimenti politici, ma anche cambiamenti climatici, identità sessuali, tradizioni enogastronomiche. Infinite combinazioni psicogeografiche per infinite città.

E se vi state chiedendo se esista una versione iPhone/iPad la risposta è: no. Ma come, direte voi, proprio nella patria dell’innovazione gli atomi vincono i pixel? Eh già… Il gusto del vintage è un lusso per pochi.

Google Art Project: il Rinascimento dei musei virtuali

Mai fatto più di un post al giorno, ma a questo non resisto. Grazie al canale twitter di Michele D’alena, arrivato prima del Mibac sulla notizia, apprendo che è online il Google Art Project.
Che dire? Ci volevano i Labs di Mountain View per ridare senso all’espressione “museo virtuale”, svilita spesso da improbabili visuali dal sapore retrofuture morte prima di nascere dentro a tazzine di caffè java branded.
Certo, ci sono casistiche migliori – giusto qualche giorno fa Simone Strozzi parlava su Fucktory dei virtual tour del Macro, tutto sommato ben fatti – ma quando la visita al museo diventa semplicemente un insight di Street View difficile avere concorrenti.

E’ così infatti che il Google Art Project permette le visite virtuali all’interno di alcuni tra i più importanti musei del mondo – per l’Italia non mancano per fortuna Gli Uffizi - dentro i quali ci muoviamo con drag and drop fluido e perfettamente controllabile, proprio come tra le vie delle città mappate dalla Google Car.
Ma Google non si ferma alla visita 3D, nella consapevolezza che il vero plus del digitale sia in realtà fornire una visione ad alta risoluzione di dipinti difficilmente apprezzabili nel formato cartaceo ridotto del supporto libro. E allora che fa? Si accorda con i musei aderenti al progetto, riuscendo a fornire di alcune opere un’immagine tra i 7 e i 14 bilioni di pixel – e Van Gogh in HD non è roba da poco – che appare a tutto schermo ed è scalabile da un comodissimo regolatore con vista in scala in basso a destra. E per chi ha un Google Account – e chi non lo ha ormai? – esiste ovviamente la possibilità di creare delle collezioni con tanto di permalink e condivisione sui principali social (ma su queste feature temo manchi ancora un po’ di debug!).

Inutile sottolineare le enormi potenzialità in termini di studio, che si traducono, tra l’altro, nella possbilità di rendere visibili opere solitamente accatastate in sotterranei e magazzini; meno inutile invece fermarci a riflettere sul futuro del museo nell’era ormai avanzatissima della riproducibilità tecnica. Sarà una sfida analizzare quali siano i veri vantaggi dell’esserci, quale intraducibile coinvolgimento ci proponga la visita in situ piuttosto che quella delocalizzata dal divano di casa nostra.
E siamo solo all’inizio.

Di performance e di scultura: alla ricerca del corpo perduto alla prossima edizione di Art First a Bologna

Marina Abramovic reinterpeta una sua celebre performance, Lips of Thomas, del 1975

Nel paese postribolo (cit.) dove ormai, senza alcun dubbio, viviamo, tutti hanno perso un corpo.
Lo hanno perso le donne, che potrebbero ritrovarlo in formato “bocconcini per spezzatino” accanto al vitellone razza piemontese sui banchi dell’Esselunga; lo hanno perso gli uomini, che per scovarlo potrebbero forse indirizzarsi nei recessi del loro organo genitale, che come un buco nero sembra essersi inghiottito tutto il resto. Lo hanno perso anche le parole, diventate abiti prêt-à-porter da indossare per ogni occasione. Comode, inconsistenti, inesistenti. Riescono ad abitare con facilità persino le fauci della Santanché. Vi pare poco?

Ecco perché, nonostante il mio amore per l’arte senza impronta dei mezzi elettronici e digitali, sono contenta che siano proprio performance e scultura, corpo e materia, le grandi chiavi d’accesso della prossima edizione di Art First ormai alle porte – 29 gennaio-27 febbraio. Sarà forse utile ripercorrere allora, con Marina Abramovic, alcune storiche performance che hanno reso visibile – non senza disgusto, fastidio, dolore, orrore –  la violenza con cui il potere segna e marca i nostri corpi. Così come sarà utile osservare il corpo imprigionato da abiti scomodi, difficili, ingombranti come quelli disegnati e cuciti da SISSI, giovane artista bolognese che l’11 febbraio terrà all’Archiginnasio la sua lezione di Anatomia Parallela. Altrettanto ingombrante  l’opera di Anna Galtarossa, Totem, mostro gigantesco fatto di bigodini, calze a rete, paillettes, pon pon e centinaia di microggetti domestici e femminili in grado di sprigionare relazioni potenti e quasi divine. E poi Vires, gli esercizi di potere dell’artista Maria José Arjona sempre all’Archiginnasio, a cui si aggiunge HABITO/abito, performance visibile solo il 29 gennaio dalle 18 alle 24. Ecco, giusto per ricordarci che ancora esistono corpi femminili interi, pensanti, immaginifici e creatori. E quelli maschili? La curatrice Julia Draganovic espone Roberto Paci Dalò ai musei universitari di via Zamboni, che affianca anche una performance digitale visibile il 29 gennaio, il famoso scultore Antony Gormley e il giovane duo Ghost of a Dream, ma anche Marco Giovani e il visionario EricailCane, catalogatore di un bestiario contemporaneo. E mi fermo qui, perché il tempo stringe e gli artisti sono tanti. Mi sarebbe piaciuto potervi dire: scaricatevi l’applicazione mobile per poter scoprire da soli, camminando, i numerosi itinerari possibili tra scultura, installazione e performance nel centro bolognese. Avrei voluto, già, ma non posso. Non solo infatti non esiste alcune applicazione mobile, ma il sito web della manifestazone, identico allo scorso anno per sciatteria e/o mancanza di budget, conosce poco il termine usabilità e rende assai difficile reperire le informazioni. Peccato. Vorrà dire allora che la scoperta sarà casuale ma non per questo, speriamo, meno piacevole.

Nel frattempo, ovunquemente, riprendetevi i vostri corpi e le vostre parole.

Di storytelling e di crowdsourcing: Les Trucs al Jeu de Paume

Les Trucs. Opera in esposizione all'espace virtuel della galleria Jeu de Paume. Parigi.

J’ai une voisine qui est aussi une amie. Elle est passée à la maison avec un truc.
Moi, bien sûr, j’étais jaloux, j’ai jamais eu de truc avant.
Devant mes yeux implorants et larmoyants, elle me l’a laissé, en me faisant promettre un truc.
En fait, c’est bien tombé, j’avais justement un truc à faire.


Questo messaggio è quello che ieri ho letto nei miei news feed di Facebook (a proposito, visto The Social Network, non male, ottima colonna sonora. Consigliato con riserva, però, ai già vessati animi delle buone femministe. Diciamo che vi viene una gran voglia di chiudere il vostro account su qualsiasi SN e se fate il mio mestiere non è una buona cosa!).
Tornando a noi, quel messaggio era l’update del canale FB del centro di arte contemporanea parigino Jeu de Paume. M’incuriosisco, clicco (bravi, obiettivo raggiunto!).

Scopro così che l’attuale “esposizione online” del centro, che ha un “espace virtuel” dedicato alle opere di net art (sì, prima o poi ci arriviamo anche in Italia, portate pazienza!) s’intitola Les Trucs ed è un progetto del collettivo MicroTruc. Prima di raccontarvi di cosa si tratta, una piccola parentesi sul termine francese truc: per chi sia stato almeno una settimana in Francia relazionandosi con gli abitanti del luogo, saprà che truc è forse il termine più usato nelle conversazioni quotidiane e colloquiali. Oltre al significato per noi italiani più immediato di “trucco”, prende la via estesa di “oggetto”, “cosa”, “affare”. Se dovessi trovarne un corrispondente italiano, lo indicherei senza dubbio nel termine diffusissimo, almeno nel capoluogo lombardo, di “roba”.

Ma in cosa consiste Les Trucs? Di settimana in settimana, ogni membro del collettivo di artisti (Jerome, Alexandre, Albertine, Julien, Caroline) affida un oggetto, un truc, ad un amico, esortandolo a passarlo ad un’altra persona a lui cara descrivendone via mail le circostanze e il contesto. Le mail vengono poi pubblicate sul sito web dell’opera, assieme alla mappa del percorso compiuta dal truc fino a quel momento. Ecco che prende forma una narrazione (la vogliamo chiamare storytelling?) geolocalizzata e collettiva (possiamo considerarla una forma di crowdsourcing?) intorno ad oggetti misteriosi di cui solo i “passeurs”, nella vita fisica (vogliamo definirla offline?) conoscono fattezze e sembianze.

Gli ingredienti ci sono tutti. Non solo per una divertente e poetica opera di net art performativa, ma anche per un potenziale progetto di viral marketing. Con una differenza: l’arte – per fortuna! – riesce ancora a conservare il disordine, la mancanza di controllo, la casualità, l’indeterminatezza, la capacità evocativa, ma soprattutto, i mille piani interpretativi. Non credo che la comunicazione si possa permettere tutto questo, ma può trarne spunto e mettere tutto sottovuoto (della pubblicità come arte sottovuoto ho parlato qui!).

Morale: affiancate ai vostri testi di teoria della comunicazione digitale e web marketing qualche saggio di estetica e storia dell’arte. E inserite nel vostro feed reader almeno un blog sull’arte contemporanea.
Non è solo un truc pour les intellectuels.