Category: Voci d’autore


Internet: amico o nemico?

Anacronismi. Sala concerti abbandonata a Detroit.

Poco tempo e troppo caldo. Excentrica si arrende alla ragnatela estiva e cerca la concentrazione attraverso l’immobilità, la solitudine, la distanza dalla incandescente tastiera. A questo proposito segnala un interessante articolo di Marco Mancassola, apparso su Il Manifesto due mesi fa e interamente leggibile sul blog dell’autore. Le sue parole danno voce agli attacchi di tachicardia, ansia diffusa, nausea da overload informativo che assalgono lei e – ne è sicura –  tutti coloro che operano nelle professioni della chiacchierata new economy.
E così, invece di leggere i feed rimasti nel suo Google Reader, Excentrica accende la radio e ritrova se stessa in un salutare anacronismo mediatico. Buona lettura.

IN FUGA DALLA RETE. GLI AMBIGUI VANTAGGI DELL’ETERNA PRESENZA

“C’è da dubitare che uno scrittore con una connessione internet al suo posto di lavoro stia scrivendo un buon libro.” Quando poche settimane fa il quotidiano The Guardian chiese ad alcuni scrittori di fama internazionale di compilare un decalogo con i loro consigli di scrittura, il romanziere americano Jonathan Franzen inserì nel suo decalogo questa norma a difesa della concentrazione. Qualunque scrittore sa quanto sia strategica la battaglia per la concentrazione e in questa battaglia, semplicemente, la rete sta dalla parte del nemico. La rete è informazione, certo, possibilità di eseguire in breve tempo ricerche, di recuperare dati o anche solo di consultare un dizionario online. Ma la rete è soprattutto distrazione. Finestre di chat che sbocciano sullo schermo come fiori di una pianta carnivora, raffiche di email che interrompono il lavoro. Un problema che non solo gli scrittori conoscono bene.

Continua a leggere sul blog di Marco Mancassola.

La foto è tratta dalla raccolta The ruins of Detroit, di Yves Marchand & Romain Meffre.

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Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

Giuseppe Penone, Sculture di linfa, MAXXI, collezione permanente

E’ il 3 di agosto. La maggior parte dei blog che seguo, per passione, per lavoro, per simpatia, è chiuso per ferie. Le città si svuotano e i lidi si affollano. Il caldo ottenebra le menti e fiacca la scrittura. Ma, se la leggenda vuole che Fred Vargas (a proposito, è appena uscita una graphic novel con Adamsberg protagonista!) abbia scritto i suoi primi romanzi nelle sue tre settimane di vacanza ad agosto, significa che il mese delle cicale può regalare, in sordina e con indolenza estiva, grandi soddisfazioni.

Ed è così che, dopo più di un mese di afasia, riprendo a tenere il mio intermittente, incoerente, rizomatico diario, infarcito di arte, comunicazione, nuove tecnologie e pizzichi di personalissima visione del mondo. Inutile cercare un filo conduttore, non l’ho trovato neanch’io, né tra i pixel né tra gli atomi. Colpa mia o colpa della nebbia dei tempi, ma tant’è.

Che cosa ho fatto in questo mese di assenza? Molto, forse moltissimo, ma se devo compiere un unico prelievo e trascriverlo qui, sarà l’esperienza tattile e visiva della sala dedicata a Penone e alle sue Sculture di Linfa, parte della collezione permanente del MAXXI di Roma. Lei, da sola, vale la visita e la mia sparizione.

“Lo strumento del toccare sono le mani, l’epidermide delle mani. I centri sensori del nostro corpo sono soprattutto sulla superficie, non all’interno. Il nostro corpo è fatto di parti molli e parti dure. La scatola cranica si adatta alla forma che protegge. L’osso del cranio è materia plastica per il cervello che lo costruisce, lo adatta alla sua forma. Il cervello aderisce al cranio, sul quale registra le sue pulsioni ma non è in grado di leggere la superficie che tocca. Per capire e avere coscienza della forma della superficie interna al cranio occorre toccarla con le mani, vederla con gli occhi.”

Le parole di Giuseppe Penone sono tratte dal testo di Georges Didi-Huberman, Su Penone, Electa – Pesci Rossi, 2008.

Frammenti modernisti: Rothko

Mark Rothko.

Mark Rothko.

Durante una conferenza tenuta al Pratt Institute di Brooklyn nel 1958, Rothko elenca gli imprescindibili della pittura.
Siamo andati oltre?

Una chiara consapevolezza della morte. Tutta l’arte è in rapporto con la morte.
Sensualità. Indispensabile per rappresentare il mondo concreto.
Tensione, ossia conflitti o desideri che nell’arte sono dominati nel momento stesso in cui si manifestano.
Ironia, un ingrediente moderno (i greci non ne avevano bisogno). Una forma di cancellazione di sé, e al tempo stesso di autoanalisi, con cui l’uomo può, almeno per un istante, sfuggire al proprio destino.
Arguzia, umorismo.
Qualche grammo di effimero e qualche grammo di casuale.
Un dieci per cento di speranza…Solo se ne avete bisogno; i greci non ne avevano.

Dipingo quadri di grandi dimensioni perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una transazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno.

La citazione è tratta dal testo di Alessandra Salvini (a cura di) Mark Rothko – Scritti, Abscondita, Milano, 2002.

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

Fotogramma da Cléo de 5 à 7, Agnès Varda 1962

“Ci troviamo costantemente di fronte a cose che non comprendiamo. Non capiamo bene neppure noi stessi! Il compito di un artista è affrontare la mancanza di comprensione e i misteri ricorrenti. E credere negli effetti positivi del mistero e della possibilità di comunicare.
Quello artistico è eminentemente un lavoro solitario. Anche se hai un buon cameraman, o un ottimo tecnico del montaggio, o attori eccellenti, nel realizzare una pellicola sei comunque solo. Ho avuto attori fantastici – Sandrine Bonnaire era magnifica in Senza tetto né legge – ma il film, nella sua struttura, il montaggio, dipendevano completamente dalle mie decisioni. Non è questione di “io, io io”. Semplicemente, ciò che condividi con lo spettatore non può passare attraverso più di una persona.

Arte e cinema sono temi individuali. ”

Agnès Varda intervistata da Hans Ulrich Obrist in Interviste, volume 1, Edizioni Charta, Milano, 2003.

Mona Hatoum. Greater Divide (2002)

Mona Hatoum. Greater Divide (2002)

Bisogna essere nel paese delle meraviglie per meravigliarsi. E bisogna meravigliarsi perché le cose possano cambiare.

Afferma Chiara Bertola, a proposito delle sculture giganti di utensili da cucina dell’artista palestinese Mona Hatoum: “preferisco vederli con gli occhi di Alice nel paese delle meraviglie, che come l’artista sa usare uno strumento sottile ed efficace come l’ironia: uno strumento seduttivo che posto all’origine potenzia la comunicazione. Preferisco vedere il lato visionario e leggere lo stupore dell’artista, ogni volta che incontra un oggetto da cucina, come quello di una donna nomade, instabile, poco domestica e contemporanea, che in cucina non riconosce più né cose né funzioni.”

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Cildo Mereiles. Atravès. 1983-9

Cildo Mereiles. Atravès. 1983-9

Atravès è un territorio di tanti NO e di un grande SI. Labirinto di proibizioni e interdizioni lungo un pavimento dove i vetri rotti creano questa continua metafora del guardare attraverso.

L’opera permette allo sguardo di circolare nonostante le restrizioni del corpo. Una sinestesia… Intendo, è esattamente quando cominci a sentire i vetri rotti che cominci a vedere, a capire questo passare attraverso.

Tratto da Cildo Mereiles, catalogo della mostra omonima, Tate Modern, 14  ottobre 2008 – 11 gennaio 2009, a cura di Guy Brett.

For me the art object must be, despite everything else, instantly seductive.

Red Shift. Via Tate Modern

Red Shift. Via Tate Modern

“Credo che l’economia sia un’illusione che è durata troppo; presto ci troveremo di fronte a una serie problemi che sono molto più cruciali dell’idea astratta del valore del denaro. Penso che stiamo finendo dritti nella stessa situazione di Mida.”

Cildo Meireles, intervistato da Hans Ulrich Obrist in Interviste, Volume 1. Charta Edizioni.